Trasfusione di "sangue infetto": dopo 40 anni il risarcimento ai familiari
La sentenza riconosce il nesso tra la trasfusione ricevuta durante la gravidanza e le malattie sviluppate negli anni successivi fino alla morte nel 2021
Era il 1984 quando una donna di 30 anni ricoverata presso l’ospedale “San Camillo de Lellis” di Mesagne ricevette una trasfusione del cosiddetto “sangue infetto” durante la gravidanza contraendo successivamente l’epatite C, sviluppando dapprima una cirrosi, e poi altre patologie. Dopo anni di sofferenze, i familiari citarono in giudizio il Ministero della Salute nel 2016 e, a oltre 40 anni dalla trasfusione, hanno ottenuto un risarcimento per danni, interessi, rivalutazione e spese legali.
La decisione del Tribunale di Lecce ha riconosciuto il nesso di causalità tra la trasfusione e le malattie successive, fino al sopraggiunto decesso nel 2021. Il giudice Francesco Cavone, pertanto, dà ragione agli eredi e anche alla signora. Nella sentenza, infatti, si legge “che spettava al Ministero dimostrare che, all'epoca delle trasfusioni del 1984, erano state concretamente poste in essere tutte le misure di prevenzione necessarie”. Diverse sentenze della Corte di Cassazione hanno inoltre stabilito che il Ministero della Salute è l’unico responsabile dei danni subiti dai pazienti contagiati da Hbv, Hiv e Hcv tramite trasfusioni o emoderivati infetti, a causa dell’omessa attività di vigilanza e controllo.
Un secondo giudizio, iniziato nel 2025 per riconoscere i danni morali agli eredi, si è concluso con un accordo tra le parti. Ora, i familiari della donna, assistiti dagli avvocati Giuseppe Semeraro e Adalgisa Lorusso, dovranno essere risarciti.
