Parco Nazionale dell’Alta Murgia
Il mondo perduto delle architetture in pietra a secco
Esiste nel cuore della Puglia un grande spazio vuoto da insediamenti ma ricco di natura, architetture in pietra secco, paesaggi mediorientali, luci e atmosfere uniche. Ci riferiamo all’Alta Murgia, istituita come Parco Nazionale. Un altopiano carsico di oltre 100.000 ettari, rimasto come pietrificato nello spazio e nel tempo, precipitato nella modernità che lo circonda, non senza traumi.
Se la Murgia è per gran parte un paesaggio geologico fatto di nuda pietra affiorante, la pietra stessa è diventata paesaggio culturale quando i contadini-pastori l’hanno eletta a risorsa, a materia viva, e ne hanno fatto il materiale intorno al quale costruire la loro cultura, plasmando il paesaggio. Le greggi per millenni hanno solcato questo territorio e i pastori-agricoltori, obbligati dall’asprezza geologica e dalla povertà di risorse della Murgia, hanno sviluppato straordinarie pratiche e tecniche agricole e pastorali per adattarsi.
Tutta l’Alta Murgia, malgrado le forti trasformazioni territoriali degli ultimi decenni, conserva un unità e identità paesaggistica unica che ci permette ancora di leggere la storia arcaica dei suoi paesaggi. Il paesaggio che il pastore-agricoltore ha costruito non avrebbe potuto farlo in nessun altro luogo se non sulla Murgia. Vi si trovano strutture intrise di una primitiva semplicità architettonica e costruttiva, a partire dal materiale di cui sono fatte: la semplice pietra. Un popolo di formiche immerse in un paesaggio dominato dalla pietra e che con questo elemento ha plasmato le armonie e le geometrie di strutture progettate per essere funzionali ad un attività agro-pastorale. Si tratta di Iazzi, muretti a secco, pagliari, cisterne, mungituri, neviere, masserie, tutte strutture capaci di sfidare il tempo e divenire segni distintivi del nostro paesaggio e della nostra cultura.
L’architettura a secco è la base dell’umanesimo della pietra. Si tratta di una tecnica costruttiva basata sull’utilizzo di materiali facilmente reperibili sul luogo, assenza di leganti e adeguata conoscenza di elementari leggi statiche che, sfruttando le spinte contrapposte e l’incastro dei singoli elementi in pietra, creano la stabilità delle strutture. Una tecnica semplice e arcaica, che si manifesta già all’alba dell’uomo in uno stadio primordiale del suo rapporto con il suolo come operazione di raccolta, accumulazione e ordine geometrico della pietra. Un vero museo all’aperto di antropologia pastorale. Un’esposizione di strutture, vere opere d’arte, in quanto oggi gli autori delle opere, i pastori, sono per la gran parte assenti. Oggi la pastorizia e i pastori sono quasi scomparsi, sostituiti da un agricoltura cerealicola intensiva di rapina.
Va ricordato però, e lo specifichiamo nel titolo, che si tratta di architetture a secco di un mondo perduto, per la gran parte, in quanto ormai abbandonato. L’enfasi che poniamo nel ricordarlo è un invito a preoccuparsi e adoperarsi per la sua conservazione.
Il Parco Nazionale ha attivato iniziative per la salvaguardia di questo immenso patrimonio ma l’obiettivo di salvaguardarlo è impresa enorme.
Antonio Sigismondi da bridgepugliausa.it
