Fa la differenza però sapere che in questo caso era stata lei stessa a sparare: con la precisione fredda di chi, nella sua vita precedente, è stata per 5 anni nell’Esercito col ruolo di caporal maggiore, specializzandosi come tiratore scelto ed arruolandosi anche nella Folgore, prima donna paracadutista in Italia.

Una storia intrigante e molto atipica la sua. Segnata da un talento artistico coltivato in solitario durante il periodo trascorso nell’Arma, quando trasferte o missioni umanitarie in luoghi caldi della scena geo-politica divenivano anche occasione per studiare. E poi dalla decisione di seguire totalmente la sua vocazione, di iscriversi e laurearsi all’Accademia di Belle Arti di Bari. Da quel momento il percorso di Pamela Diamante si è sviluppato tra rapide conferme nel circuito dell’arte anche internazionale. Dopo un’esperienza come assistente curatoriale in prestigiose rassegne organizzate da Giacomo Zaza e Michela Casavola nel Torrione Passari di Molfetta e al Padiglione cubano della Biennale di Venezia 2015, Pamela è stata notata da critici e galleristi. Oltre che a Roma, ha tenuto personali a Milano (The Open box) e a Cuba (quale vincitrice del Premio Maretti). E il suo parterre di impegni nell’ultimo periodo si sta affastellando: intervento ad un seminario sull’errore nel Teatrino di Palazzo Grassi a Venezia a fine settembre; una residenza a Teheran nel mese di novembre; una collettiva ancora in Iran in primavera…

Merito di una ricerca originale, condotta con piglio da ricercatrice, tra attenta documentazione scientifica e cosmologica, consultazione di archivi come quello della Nasa o del CRED (Centro di ricerca sull’epidemiologia dei disastri), immagini su You Tube e altri materiali trovati in rete. Un lavoro che attraverso video, installazioni, foto, s’interroga (e ci interroga) su questioni complesse della realtà post mediale.

In particolare la riflessione di Pamela si concentra da un lato sugli scambi reciproci tra arte e scienza. Uno delle sue prime opere ad esempio, “I Doser” del 2014, visualizzava sulla superficie dell’acqua le interazioni tra cervello umano e onde sonore. Mentre in una audio-installazione del 2016 era possibile ascoltare la traduzione in suono di tsunami spaziali. Dall’altro indaga sui meccanismi dei dispositivi mediologici, sulle strategie di trasmissione e manipolazione delle informazioni e le modalità con cui noi le recepiamo. Con particolare riguardo ad eventi accidentali come catastrofi ambientali, tecnologiche, ed emergenze umanitarie. Esemplare è il video “Da Atlantide a Kiribati”, in cui con taglio professionale Pamela simula un servizio del tg che annuncia come vera la scomparsa di un piccolo arcipelago dell’Oceania, Kiribati, minacciato dai cambiamenti di clima. Così pure “Senza titolo” del 2017, in cui attribuisce le immagini di un’alluvione avvenuta in Pakistan nel 2010 ad una più recente inondazione: prassi peraltro abituale in epoca di dilagante post-verità.

Carattere di “Comunicazione istituzionale”, dunque veritiera, ha anche la video-notizia della colonizzazione di Marte, quale soluzione definitiva per la collocazione dei migranti… Altrove, come in “2015” e “2016”, l’accadimento straordinario serve invece da paradossale principio ordinatore che interrompe la linearità dello scorrere del tempo: un intero anno è condensato sullo schermo in meno di due ore e l’accelerazione costante dei giorni viene frenata solo dall’ irrompere intermittente dei disastri accaduti nello stesso arco temporale.

Nella serie dei “Black mirror”, l’ultimo dei quali sarà esposto per la prima volta alla prossima fiera di Verona, i dispositivi si fanno infine più essenziali, il discorso di Pamela Diamante assume un più marcata valenza concettuale. Lo schermo, esibito nella sua scura nudità privo di immagini, porta infatti alle estreme conseguenze la sua funzione simulacrale di filtro ormai privilegiato con il mondo: esibendosi letteralmente come specchio, che riflette ciascuno di noi e l’ambiente intorno.

Antonella Marino - da bridgepugliausa.it