“Rem tene, verba sequentur”(Possiedi l’argomento, le parole verranno da sé): quante volte ci siamo sentiti ripetere, al tempo del liceo, dai nostri insegnanti, questo precetto di Catone il Censore!

Ma questo consiglio oggi non è più applicabile perché viviamo in un’epoca di rapidissimi e radicali cambiamenti, che portano con sé processi di dissoluzione in vari campi: scompaiono, infatti, Stati, popoli interi, democrazie consolidate, diritto internazionale, culture politiche e, dulcis in fundo,  anche le parole con cui abbiamo costruito il nostro mondo.

Sì, proprio le parole, quelle che i linguisti Sapir e Whorf, nella prima metà del Novecento, credevano influenzassero “il modo in cui pensiamo, percepiamo e organizziamo la realtà”. Non è, quindi, il pensiero che crea la lingua, ma, al contrario, è quest’ultima che lo crea.

Con la rarefazione della lingua, o almeno con la sua trasformazione, si modifica anche il modo in cui leggiamo e comprendiamo il mondo. Le parole coprono il vuoto nei rapporti interpersonali e danno senso alla realtà in cui viviamo. 

Questa importante funzione oggi conosce una crisi dovuta al fatto che, sui social, l’uso della parola non serve per comunicare, per stabilire rapporti, per produrre conoscenza, ma rimanda a se stessi. Essa è autoreferenziale, quindi vuota di contenuti perché il suo fine non è quello di convincere gli interlocutori, argomentando, articolando bene i concetti, bensì di dare ragione a se stessi, convincendosi di essere nel giusto.

C’è un processo di “disseccamento” delle parole di impoverimento lessicale e semantico, che provoca un inaridimento della comunicazione orale. Non ci si comprende e, di conseguenza, non si favorisce la socializzazione e la discussione delle idee. Le parole perdono la loro capacità di costruire idee, di creare consenso, legami, solidarietà. Si va avanti per frasi fatte, per slogan , il cui uso (e abuso) ci distacca dalla realtà e ci impedisce di analizzarla a fondo, di leggerla in modo corretto. E tutto questo ci rende meno liberi, perché si affermano le narrazioni fatte da altri, attraverso algoritmi, di cui solo pochissimi possiedono la chiave.

Qualcuno afferma che i nuovi strumenti digitali sono una grande opportunità per la didattica: abbiamo squadernato davanti a noi un sapere sconfinato, che possiamo consultare senza fatica in ogni momento della giornata. Ma non sappiamo che farcene, se qualcuno non ci ha insegnato a selezionarlo, a depurarlo, a renderlo utile non solo per noi stessi , ma soprattutto per la società in cui viviamo. Col bombardamento di informazioni a cui siamo sottoposti, scriveva il sociologo Franco Ferrarotti, noi siamo trasformati in “colabrodo che catturano solo minime particelle di quel che gli piove addosso, mentre il resto scorre via”.

Con questo flusso di parole continuo e ininterrotto, la realtà si dissolve in un fantasmagorico gioco di specchi, in “un’epidemia pestilenziale”, una “peste del linguaggio che - come profetizzava anni fa Italo Calvino - si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime e astratte” che tendono a spegnere quella scintilla divina, quel cibo spirituale composto di sapienza e conoscenza che il nostro padre Dante definiva “pane degli angeli”.

Antonio Leucci