7 marzo 1991, quando Brindisi diventò il porto della speranza
Trentacinque anni fa l’approdo di migliaia di profughi albanesi trasformò la città pugliese in un simbolo europeo di solidarietà e accoglienza
Il 7 marzo 1991 è una data che ha segnato in modo indelebile la storia di Brindisi, dell’Italia e, in qualche modo, dell’Europa. Trentacinque anni fa, nel porto della città pugliese si consumò uno degli episodi più significativi della storia contemporanea delle migrazioni nel Mediterraneo: l’arrivo improvviso di migliaia di cittadini albanesi in fuga dal proprio Paese. Una giornata che oggi viene ricordata non solo come un’emergenza umanitaria, ma soprattutto come una straordinaria prova di solidarietà collettiva, capace di mostrare il volto più umano di una comunità intera.
All’alba di quel giorno, all’orizzonte del porto di Brindisi apparvero navi mercantili, pescherecci e imbarcazioni di ogni tipo cariche di uomini, donne e bambini. Erano cittadini albanesi che avevano attraversato l’Adriatico partendo soprattutto dal porto di Durazzo, a poche decine di miglia dalla costa italiana, spinti dalla disperazione e dal desiderio di un futuro migliore. L’Albania stava vivendo il crollo del regime comunista e una crisi economica e sociale profonda, che aveva portato migliaia di persone a cercare una via di fuga verso l’Occidente. In poche ore arrivarono nel porto pugliese oltre venticinquemila persone, un numero enorme se si considera che la città contava poco più di novantamila abitanti.
Per l’Italia fu il primo grande arrivo di migranti della sua storia recente, un evento che colse impreparate le istituzioni e l’opinione pubblica di un Paese che fino ad allora era stato soprattutto terra di emigrazione. Di fronte a quella massa di persone stremate, affamate e assetate, la città si trovò improvvisamente al centro di un’emergenza umanitaria senza precedenti. Ma accadde qualcosa che ancora oggi viene ricordato come un esempio raro di mobilitazione civile. I brindisini reagirono con un’immediata e spontanea solidarietà. Dalle finestre delle case venivano lanciati sacchetti pieni di cibo, nelle strade si distribuivano acqua, vestiti e medicinali, mentre scuole, palestre e strutture pubbliche venivano aperte per offrire un riparo ai profughi.
La città si trasformò in poche ore in un gigantesco centro di accoglienza diffusa. I cittadini si organizzarono senza attendere indicazioni dall’alto, mettendo a disposizione quello che avevano: un pasto caldo, una coperta, un posto dove dormire. Le famiglie aprirono le porte delle proprie case, le parrocchie e le associazioni si mobilitarono, mentre volontari e operatori sanitari cercavano di assistere migliaia di persone provate dal viaggio e dalla fame. Secondo molte testimonianze dell’epoca, l’intervento dello Stato arrivò solo in un secondo momento, mentre la prima risposta fu quella della popolazione e delle istituzioni locali.
Quell’esodo rappresentò l’inizio di una nuova stagione per l’Italia, che proprio nei primi anni Novanta iniziò a trasformarsi da Paese di emigranti a terra di immigrazione. Nel giro di pochi mesi altre ondate di profughi raggiunsero le coste italiane e l’immagine delle navi cariche di migranti divenne una delle icone di quell’epoca. Ma il ricordo di Brindisi rimase speciale, perché in quelle ore si manifestò una solidarietà diffusa che colpì l’opinione pubblica europea e contribuì a creare un legame profondo tra la città pugliese e il popolo albanese.
Ancora oggi quella pagina di storia è ricordata come un esempio concreto di umanità e fraternità. Negli anni successivi Brindisi è stata riconosciuta simbolicamente come “porto di pace e di accoglienza”, proprio per il ruolo svolto in quelle drammatiche giornate del 1991. Le immagini di uomini e donne accolti sulle banchine del porto, di cittadini che offrivano aiuto senza chiedere nulla in cambio, sono entrate nella memoria collettiva del Paese.
Nel ricordare quell’evento, il sindaco di Brindisi Giuseppe Marchionna invita oggi la città a custodire e rinnovare lo spirito di quei giorni. A distanza di trentacinque anni, il 7 marzo 1991 resta infatti una lezione di civiltà e di responsabilità collettiva, una testimonianza di come una comunità possa reagire di fronte alla sofferenza con gesti semplici ma decisivi. Un esempio che continua a parlare al presente, ricordando che la solidarietà non è soltanto un valore astratto, ma una scelta concreta capace di rafforzare la convivenza civile e il senso di appartenenza a una comunità più ampia, che supera confini e differenze.
G.G.
