Euroapi, il Pd: “Tradimento industriale, pronti a chiedere la revoca degli aiuti pubblici”
Dura presa di posizione sul futuro dello stabilimento brindisino: “Basta ambiguità, servono garanzie su occupazione e piano industriale”
BRINDISI – “Hanno gettato la maschera”. È un atto d’accusa senza sconti quello che il Partito democratico di Brindisi rivolge a Sanofi ed Euroapi, al centro di una vicenda che continua a tenere con il fiato sospeso centinaia di lavoratori e un intero territorio. La situazione dello stabilimento brindisino viene definita “drammatica e prolungata”, simbolo di un’incertezza che per i dem assume ormai contorni “eticamente inaccettabili”.
Nel mirino finisce il percorso industriale avviato negli anni scorsi dal gruppo francese, presentato come un ambizioso progetto di rilancio e trasformazione e oggi, secondo il Pd, rivelatosi “una disastrosa operazione finanziaria” scaricata sulle spalle di lavoratori e comunità. “Non si può sfruttare un territorio per decenni – attaccano – beneficiando di competenze e professionalità, per poi chiudere i rubinetti al primo cambio di strategia deciso altrove”. Un riferimento diretto a un management accusato di aver prima segnalato difficoltà legate alla perdita di clienti e alle fermate produttive, per poi prospettare disinvestimenti e un progressivo svuotamento delle attività già entro la prossima estate.
Lo scenario evocato è quello di una nuova fuga industriale, con ripercussioni pesanti non solo sui dipendenti diretti, ma anche sui lavoratori in somministrazione e sull’indotto. Per questo i dem chiamano in causa anche il Governo, già sollecitato attraverso un’interrogazione parlamentare del deputato Claudio Stefanazzi. Al ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso viene chiesta “assoluta chiarezza” sulle procedure di vendita e sulle reali prospettive industriali del sito, affinché la riorganizzazione non si traduca in “un’ennesima emorragia occupazionale” per il comparto chimico-farmaceutico brindisino.
Ma è soprattutto alla Regione Puglia che si rivolge l’appello più netto. Il Pd chiede un intervento “con il massimo rigore”, ricordando come l’azienda benefici di accordi di programma e finanziamenti pubblici vincolati al mantenimento dei livelli occupazionali. “Se questi impegni non verranno rispettati – è la linea tracciata – si proceda senza esitazioni alla revoca di ogni euro di aiuto concesso”. Una posizione che punta a ribadire un principio preciso: le risorse pubbliche devono generare lavoro e sviluppo, non accompagnare processi di dismissione.
In questo quadro, la possibile cessione dello stabilimento viene considerata un passaggio cruciale che non può avvenire “a scatola chiusa” né essere preceduto da riduzioni di organico funzionali a rendere più appetibile il sito. Da qui la richiesta di riattivare in modo permanente il tavolo della task force regionale Sepac, coinvolgendo non solo l’attuale management ma anche i potenziali acquirenti, per discutere apertamente del futuro produttivo e di un piano industriale “diversificato e sostenibile”.
Il messaggio finale è chiaro: “Non siamo disposti a elemosinare ammortizzatori sociali”. Il Pd rivendica una strategia di sviluppo capace di difendere i posti di lavoro esistenti e creare nuove opportunità, restituendo a Brindisi “certezze e prospettive”, dopo anni di fragilità industriale. Una vertenza che, ancora una volta, supera i confini aziendali per diventare questione politica e territoriale.
