Antimafia in Puglia, Colosimo traccia la mappa: Scu ancora radicata, allarme droga e carceri
Vertice a Brindisi con prefetti e magistrati: differenze tra territori, riflettori su appalti, giovani leve e traffici di stupefacenti. Congedo: “Serve la mobilitazione della società civile”
BRINDISI – Una fotografia articolata, fatta di differenze territoriali ma anche di criticità comuni, quella emersa dal giro di audizioni della Commissione parlamentare Antimafia in Puglia, concluso questa mattina in prefettura a Brindisi. A tirare le somme è stata la presidente Chiara Colosimo, che insieme al vicepresidente Mauro D’Attis, il parlamentare Saverio Congedo e agli altri componenti ha incontrato rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine per aggiornare il quadro sulla criminalità organizzata nell’area jonico-salentina.
“Se certamente sulle città di Brindisi e, in parte, su Lecce possiamo parlare di un’influenza della Sacra corona unita, non possiamo dire lo stesso per Taranto, se non limitatamente ad alcune aree come Manduria, San Giorgio Ionico e territori limitrofi”, ha spiegato la presidente, evidenziando come la regione presenti scenari diversi tra loro. Un’analisi che si è arricchita anche delle valutazioni sul ricorso alla violenza: “Qui l’utilizzo della forza è ancora molto presente, anche da parte delle giovani leve per riscuotere il cosiddetto punto”.
Particolare attenzione è stata riservata ai reati predatori, in crescita nell’ultimo periodo, a partire dagli assalti ai portavalori e ai bancomat. Episodi che, pur non sempre riconducibili a strutture mafiose consolidate, adottano modalità tipiche delle organizzazioni criminali. Da qui la necessità, sottolineata dalla Commissione, di mantenere alta la soglia di attenzione investigativa, anche alla luce delle recenti modifiche normative che coinvolgono le Direzioni distrettuali antimafia.
Sul fronte penitenziario, il tema del rapporto tra carcere e territorio resta centrale. Dalle audizioni è emersa la preoccupazione per la permeabilità degli istituti di pena, soprattutto in assenza di regimi detentivi più stringenti, con il rischio che i detenuti continuino a esercitare influenza all’esterno. Un elemento che si intreccia con il ricambio generazionale: le nuove leve, infatti, si muovono spesso in continuità con i detenuti o con chi ha già scontato la pena, mantenendo vivi i collegamenti con le organizzazioni.

Altro nodo cruciale è il traffico di droga, indicato come principale fonte di guadagno per i gruppi criminali. I numeri emersi, anche grazie alle collaborazioni di giustizia, raccontano un fenomeno radicato e in espansione, spesso legato a circuiti internazionali e a rapporti consolidati con altre organizzazioni, dalla criminalità albanese alla ’ndrangheta. Nel Leccese, inoltre, cresce l’attenzione verso gli appalti pubblici e gli investimenti, considerati un canale privilegiato di infiltrazione, soprattutto nei piccoli comuni, mentre a Taranto il controllo delle piazze di spaccio appare più frammentato e legato a dinamiche locali.
La Sacra corona unita, secondo quanto emerso, si presenta oggi con un doppio volto: da un lato ancora violenta e radicata, dall’altro capace di adattarsi e mantenere modalità operative arretrate, come dimostrato dall’uso diffuso di contanti. Un’organizzazione che evolve senza perdere la propria identità.
A margine della missione, è arrivato anche il commento del parlamentare Saverio Congedo, che ha voluto sottolineare il senso più ampio del lavoro svolto dalla Commissione: “Nelle giornate di ieri e oggi si è svolta in Puglia una missione della Commissione parlamentare antimafia guidata dalla presidente on. Chiara Colosimo, con tappe a Bari, Lecce e Brindisi. Due giorni intensi per analizzare il contesto criminale pugliese, che presenta almeno tre diverse realtà operative: il nord della regione (area foggiana), l’area barese e quella jonico-salentina. Per tutte, il traffico di stupefacenti e la gestione delle piazze di spaccio rappresentano il principale ‘core business’, data l’elevata redditività. Nel territorio salentino, in particolare, la Sacra Corona Unita ha subito una profonda trasformazione: meno visibile, più orientata agli affari, capace di infiltrarsi nei circuiti legali dell’economia e della democrazia. Una criminalità che oggi appare meno violenta — meno omicidi, meno attentati — ma non per questo meno pervasiva o meno pericolosa. È fondamentale ribadire che la lotta al crimine e al malaffare non può essere demandata solo agli ‘addetti ai lavori’, prefetture, magistratura, forze di polizia, a cui va la nostra gratitudine. Serve il contributo di tutta la società civile: quegli anticorpi sociali indispensabili per contrastare e sconfiggere una piaga che continua a colpire il nostro territorio”.
Un richiamo, quest’ultimo, che allarga lo sguardo oltre l’azione repressiva e rilancia il ruolo della comunità nella costruzione di una risposta più efficace e duratura contro la criminalità organizzata.
