Brindisi tra svolta e retromarcia: stop al GNL nel porto, ma torna l’ombra della “riserva fredda” e del nucleare
Legambiente Puglia esprime soddisfazione per la rinuncia di Edison al deposito costiero, ma c’è preoccupazione per il futuro energetico della città
Brindisi resta sospesa tra segnali positivi e scenari che preoccupano, in un quadro che Legambiente Puglia definisce “in chiaroscuro”. In un articolato comunicato, l’associazione ambientalista accoglie con favore la decisione di Edison di rinunciare alla realizzazione del deposito costiero di GNL nel porto, parlando di “una notizia importante, frutto di una opposizione ferma, argomentata e ostinata, portata avanti insieme ad altre associazioni anche nelle sedi giudiziarie, contro un progetto sbagliato, pericoloso e incompatibile con il futuro della città”.
Secondo Legambiente, “quel deposito avrebbe rappresentato un grave impatto ambientale, un rischio rilevante sotto il profilo della sicurezza e una pesante e inaccettabile interferenza con le vocazioni strategiche del porto di Brindisi e dell’area di Costa Morena”. Una zona che, si legge nella nota, “è fortemente infrastrutturata, nella quale insistono lo scalo intermodale, la linea ferroviaria e le condizioni ideali per rafforzare la logistica portuale, anche in connessione con la Zona economica speciale”.
Non solo. Per l’associazione ambientalista, “non era e non è il luogo in cui collocare un deposito costiero di GNL”, ma piuttosto “un’area strategica per attività ad alto valore aggiunto, dalla cantieristica navale alla filiera dell’eolico offshore, con ricadute economiche e occupazionali che potrebbero tradursi in circa 1.500 posti di lavoro”. In questo senso, la rinuncia di Edison viene interpretata come “una vittoria importante: non solo contro un progetto sbagliato, ma a favore di una visione moderna, sostenibile e produttiva del porto e del territorio”, anche alla luce delle “61 manifestazioni di interesse presentate nell’ambito dei programmi di decarbonizzazione di Brindisi”.
Ma al passo avanti sul fronte portuale si contrappone, nel comunicato, un quadro ben più cupo sul versante energetico. “Nubi pesantissime si addensano sul polo energetico e sul futuro della centrale di Brindisi Sud”, avverte Legambiente, definendo “gravissimo” il ritorno della cosiddetta “riserva fredda” per le centrali di Brindisi e Civitavecchia attraverso un emendamento al decreto Energia. Una scelta giudicata “miope, costosa e profondamente contraddittoria rispetto a qualsiasi seria politica di transizione energetica”, che rischia di tradursi in “un rinvio, una conservazione dell’esistente, una ostinata difesa di un modello industriale ed energetico che ha già prodotto danni enormi sul piano ambientale, sanitario e sociale”.
Nel mirino anche l’utilizzo della crisi energetica internazionale come leva per riaprire scenari considerati superati: “Oggi la crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente viene usata come giustificazione per riaprire scenari che il Paese dovrebbe invece chiudere definitivamente”. E ancora più forte è la preoccupazione per gli sviluppi futuri: “questa impostazione rischia di aprire la strada, proprio dal 2038, alla localizzazione di impianti modulari nucleari da 300 MW”, con il timore che “una delle localizzazioni più ‘ovvie’ sarebbe proprio l’area oggi occupata dalla centrale di Brindisi Sud”.
Una prospettiva che Legambiente respinge nettamente: “Brindisi non può diventare il terminale di scelte energetiche regressive, centralistiche e calate dall’alto”, ma deve essere “uno dei luoghi simbolo della riconversione industriale e della transizione verso le fonti rinnovabili”. Nel comunicato si evidenziano anche le ricadute concrete della “riserva fredda”, che “produrrebbe costi elevatissimi, pesanti criticità tecniche e funzionali e finirebbe per congelare non solo l’impianto, ma anche tutte le opere connesse e le aree interessate fino al porto”.
Tra i rischi indicati c’è anche quello di bloccare progetti già avviati: “Sarebbe messo a rischio persino il progetto BESS di Enel, che prevede un impianto di accumulo da 700 MW”, così come le attività di smantellamento e bonifica già programmate. “Fermare tutto in nome della ‘riserva fredda’ significherebbe sabotare il percorso di riconversione e tenere artificialmente in vita un assetto ormai superato”, si legge ancora.
Il timore, secondo Legambiente, è che dietro questa scelta si nasconda “il rischio concreto che si voglia mantenere aperta la porta a ulteriori proroghe, alla prosecuzione dell’esercizio a carbone o a una riconversione a gas”, ipotesi che “contrastano frontalmente con la transizione energetica” e con gli obiettivi delineati per il territorio.
Da qui l’appello finale: “Brindisi ha già pagato troppo. Ha pagato in termini ambientali, sanitari, sociali e occupazionali. Adesso merita una svolta vera, non l’ennesimo compromesso al ribasso”. Una svolta che, per l’associazione, è già possibile grazie a iniziative industriali in corso, come “quella di Eni, che sta formando personale per la realizzazione della gigafactory di batterie di accumulo, con una prospettiva occupazionale di circa 700 posti di lavoro”.
La conclusione è netta e senza margini di ambiguità: “Brindisi può e deve diventare un modello nazionale di transizione ecologica e riconversione produttiva. Ma questo sarà possibile solo se si avrà il coraggio di dire no, senza ambiguità, a ogni passo indietro: no al GNL nel porto, no alla riserva fredda, no al carbone, no al gas, no al nucleare. È il momento delle scelte nette. E il futuro di Brindisi non può più aspettare”.
