La parola “globalizzazione” è forse il termine più usato nelle discussioni sulla realtà attuale e sul futuro dell’umanità. E’ talmente inflazionato che, spesso, lo si usa a sproposito, svuotandolo, così, di ogni capacità interpretativa.

Il problema è che la parola in questione non ha un significato univoco e condiviso, per cui sono facili le fluttuazioni semantiche. Ciononostante, il dato di fondo è che il pianeta è ormai uno scenario unico di avvenimenti diversi e interdipendenti, che toccano l’economia, la cultura, la politica, le mode, i comportamenti, gli stili di vita che interessano tutti e fanno sì che si possa davvero parlare di “villaggio globale”, come profetizzò alcuni decenni fa il sociologo Marshall Mc. Luhan.

Non è nei fini di questo breve articolo esprimere un giudizio - positivo o negativo - nei confronti della globalizzazione, ma sarebbe bene riflettere sulle parole di Anthony Giddens, che invita tutti a prendere atto che viviamo “ in un m mondo in trasformazione, che condiziona qualunque cosa noi facciamo. Nel bene e nel male, siamo catapultati in un ordine globale che nessuno comprende del tutto, ma che sta estendendo i suoi effetti su tutti noi”.

La tendenza sistematica verso una più intensa integrazione economica e finanziaria tra le diverse regioni del mondo ha prodotto l’erronea percezione che si fosse entrati in una fase di crescita continua e inarrestabile, che avrebbe portato il mondo (almeno quello occidentale) ad una condizione di benessere generale e diffuso. Oggi, invece, ci accorgiamo che, se la crescita economica produce beni e ricchezze, questo vale per pochi e non per tutti e che, soprattutto, essa ha minato le basi della vita sulla Terra, riducendo sensibilmente la quantità delle risorse disponibili ed inquinando irreversibilmente l’ambiente.

Nel 2002 l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, in una conferenza lanciava un grido d’allarme per le difficoltà a trovare un accordo sul tema ambientale:

“ La situazione dell’ambiente mondiale è tuttora instabile. Le misure per la tutela ecologica sono ben lungi dall’essere soddisfacenti. Nelle discussioni sulla finanza e sull’economia globale, peraltro, l’ambiente viene ancora trattato come un ospite a malapena tollerato(…) Il modello di sviluppo che ci ha dato così tanto ha anche imposto un costo elevato al pianeta e alle sue risorse”. 

E concludeva il discorso con le seguenti parole:

“ La questione non è ambiente contro sviluppo o ecologia contro economia. Contrariamente alle opinioni popolari, infatti, possiamo contemperarle entrambe. Né, tantomeno, la questione è ricchi contro poveri. Ambedue, infatti, condividono un chiaro interesse nel proteggere l’ambiente e nel promuovere uno sviluppo sostenibile”.

Ecco la parola magica: sostenibile. Unita al sostantivo sviluppo farebbe pensare ad un ossimoro, a qualcosa di incompatibile, di inconciliabile, di conflittuale. Così non è. Soprattutto se attribuiamo ai due termini l’accezione corretta.

Nella lingua italiana, la parola sviluppo è considerata erroneamente sinonimo di crescita. Ma crescita è qualcosa di puramente quantitativo, materiale, misurabile; mentre sviluppo implica qualità valori, progresso. Spesso si ha la prima senza il secondo! Si può misurare il grado di libertà? E la felicità?  E il senso di benessere? Lo sviluppo non è, non deve essere, un processo neutro; esso implica una determinazione dei fini che si vogliono raggiungere, dei mezzi che si devono usare, del tempo che si deve utilizzare.

Come ha precisato l’economista indiano Amartya Sen: “Se il sostegno comincia ad eliminare alcune delle cose preziose per la nostra vita, come la nostra libertà di decidere, allora ha perso in partenza qualcosa, prima ancora di aver provato a sostenerla. Io, invece, sono convinto che occorre pensare in termini di libertà sostenibile. Vanno sostenute le libertà umane, cioè lo sviluppo della libertà e di tutte quelle che ci procura: libertà economica, libertà politica, libertà sociale. E’ su questa storia di libertà che si innesta la questione ambientale. Quindi vorrei un contesto più ampio, in cui lo sviluppo sostenibile leghi le libertà umane alla possibilità di un’espansione, di uno sviluppo e alla necessità di continuare a sostenere lo sviluppo in futuro”.

All’interno di questa prospettiva eticamente forte e caratterizzata da un chiaro accento sulla libertà, ben si possono collocare le auree parole che, nell’ormai lontano 1987, Gro Bruntland utilizzò nell’omonimo Rapporto, nel quale troviamo scolpita la definizione più esatta e suggestiva di sviluppo sostenibile: “ Uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”.

Tale definizione non è un’utopistica fuga in avanti ma una precisa e realistica presa d’atto della realtà, in cui lo sviluppo deve essere orientato verso la creazione di una società più equa, nel rispetto dell’ambiente e delle risorse naturali, dei principi sociali e politici della democrazia. 

Nel Rapporto viene superata una visione ristretta, esclusivamente ambientale ed ecologica, per lasciare spazio ad una concezione integrata, sistemica, olistica di problemi che toccano la sfera economica, politica, sociale, culturale in una prospettiva di sviluppo davvero universale e orientata al futuro dell’umanità. Con il “Rapporto Bruntland” si esce definitivamente dall’ottica puramente conservativa della natura per porre l’attenzione al modello di sviluppo dominante fondato sul profitto e sulla rapina, sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali a scapito della pace e degli inalienabili diritti umani, come quelli alla vita e all’uguaglianza. 

Questo documento prefigura una nuova pedagogia, focalizzata su una presa di coscienza critica intorno alla necessità di una crescita a tutti i costi che non tenga in considerazione la vastità e la globalità di problemi come l’accesso alle risorse e la disparità tra Nord e Sud. 

Tutto ciò prevede il coinvolgimento attivo e partecipe non solo dei vari governi ma anche dei singoli cittadini, educati ad essere responsabili delle proprie scelte e dei propri orientamenti valoriali, nella scuola e nella società, in un processo di crescita che deve durare per tutta la vita.

Antonio Leucci