Francesco Milizia oggi: l’etica del progetto nell’epoca dell’eccesso
Convegno Nazionale in occasione del terzo centenario della nascita del Milizia
Qualche mese fa ho ricevuto l’inaspettato invito a prendere parte, in qualità di relatore, al Convegno Nazionale in occasione del terzo centenario della nascita del Milizia “Francesco Milizia, tra modernità e innovazione” che si è tenuto, il 5 dicembre scorso, ad Oria. È stata l’opportunità per tradurre in immagini l’eredità di questa straordinaria figura in riferimento al panorama architettonico e, più in generale, culturale della Lecce tra ‘800 e ‘900.
Nel vasto scenario della trattatistica del ‘700 Francesco Milizia segna una frattura metodologica senza precedenti, rivendicando una concezione illuminista dell’architettura come fatto civile, non ornamentale, non atto individuale, ma componente essenziale della costruzione dell’identità comunitaria. La sua incredibile contemporaneità si rivela nell’apporto fornito a rafforzare la consapevolezza collettiva sul valore del paesaggio e del patrimonio costruito. Questo suo approccio, razionale, etico, moderno, ha reso Milizia una figura centrale nel dibattito europeo; una presenza indiretta, sotterranea, ma profondamente influente; un autentico “filtro cognitivo” che ha contribuito a costruire la cultura architettonica salentina, in contrapposizione ai virtuosismi del barocco.
Il suo tormentato percorso formativo vive la Napoli dei Borbone, un regno nuovo, avviato sulla strada delle riforme, del progresso civile e culturale, negli anni in cui prendono l’avvio gli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano, meta obbligata, già nel Settecento, di colti viaggiatori di ogni parte d’Europa, durante il tradizionale viaggio a Napoli. A Napoli si forma e opera, negli stessi anni, alimentandosi di quell’Illuminismo settecentesco che permea le grandi realtà culturali europee, il presiccese Michele Arditi, di poco più giovane e a lui verrà affidata, sotto il decennio francese e poi al rientro dei Borbone, la direzione degli scavi vesuviani. Sia il Milizia che l’Arditi mostrano chiaramente l'ampiezza degli orizzonti culturali degli intellettuali che operano nel Regno di Napoli. Vale la pena ricordare, a tal proposito, uno dei progetti avanzati dall’Arditi (mai realizzato): la creazione di una rete di musei satelliti sparsi nel territorio, con l’intento di persuadere il turismo internazionale a non accontentarsi del solo Museo di Napoli, spingendosi fino alle remote province del Regno (potremmo ipotizzare che pensasse anche alla Terra d’Otranto???).
Figlio dei progressi scientifici dell’Illuminismo settecentesco, lo stile neoclassico si fa strada nel panorama architettonico europeo attraverso uno sguardo nostalgico alla semplicità, alla purezza e alla ragione che caratterizzano l’antico, promosse e amplificate proprio dall’interesse per gli scavi archeologici. In architettura si declina in un approccio razionalista secondo cui le strutture, richiamandosi al mondo classico, diventano monumentali.
Benché universalmente considerata una delle capitali del Barocco, anche Lecce nel corso dell’‘800, con uno scarto di circa un secolo rispetto al resto d’Italia e d’Europa, ha attraversato la sua epoca neoclassica, caratterizzata dalla realizzazione di una serie di opere pubbliche, private e di mutamenti urbanistici. È alla capitale del Regno di Napoli che Lecce guarda per trovare un proprio stile, attraverso il filtro degli intellettuali salentini e teorizzatori del Neoclassicismo che proprio lì si sono formati: Francesco Milizia, Michele Arditi, ingegneri e architetti che vantano una formazione nelle Facoltà della città partenopea. Essi riportano nelle estreme propaggini della Terra d’Otranto gli echi dell’ideologia neoclassica con l’intento di razionalizzare e rendere più funzionali le realtà urbane; evocare fiducia e sicurezza nell’istituzione (a Lecce: l’ingresso al Collegio dei Gesuiti; il Palazzo di Giustizia, i propilei del Campo Santo; la facciata di S. Maria della Porta; strutture votate all’intrattenimento come il Teatro Paisiello e il Teatro Apollo).
Che valore dare e che cosa abbiamo il dovere di recuperare da questa esperienza a distanza circa 300 anni? Mai come oggi è necessario riscoprire quella concezione illuminista che legge l’architettura come evento civile e non atto individuale, che reclama rigore e metodo, decoro, proporzione, funzione e chiarezza.
Arch.Alfredo Foresta
