Giampiero Carvone

BRINDISI – Ammazzato a colpi di pistola per non aver rispettato le regole non scritte di un contesto criminale. È la ricostruzione contenuta nelle motivazioni con cui la Corte d’assise d’appello di Lecce ha confermato la condanna all’ergastolo per il 29enne Giuseppe Ferrarese, ritenuto responsabile dell’omicidio del 19enne Giampiero Carvone, ucciso nella notte tra il 9 e il 10 settembre 2019 in via Tevere, nel rione Perrino di Brindisi.

Con la decisione di secondo grado, pronunciata il 4 dicembre 2025, è stata tuttavia esclusa l’aggravante dell’agevolazione di un clan brindisino della Sacra Corona Unita. Nel procedimento è coinvolto anche il 56enne Orlando Carella (del tutto estraneo all’omicidio), accusato di intralcio alla giustizia per aver tentato di influenzare una testimone chiave affinché coprisse Ferrarese. In appello la sua pena è stata ridotta da tre anni e sei mesi a tre anni di reclusione, a seguito di un accordo tra difesa e procura generale e con l’esclusione dell’aggravante del metodo mafioso.

Nella sentenza, il collegio presieduto da Teresa Liuni descrive il contesto nel quale si sviluppò la vicenda: un ambiente caratterizzato da episodi di spaccio e traffico di stupefacenti, rapine, armi detenute illegalmente e frequenti episodi di violenza. Proprio all’interno di questo scenario, secondo i giudici, si sarebbe sviluppato il movente che portò alla morte del giovane.

Secondo la ricostruzione contenuta nella sentenza, il movente dell’omicidio sarebbe legato a una presunta rivelazione fatta dalla vittima riguardo a un furto d’auto che avrebbe coinvolto lo stesso Ferrarese. Un comportamento interpretato come una violazione grave delle regole non scritte che regolavano i rapporti tra i membri del gruppo.

Determinanti, in questo senso, sono state le dichiarazioni della cosiddetta supertestimone, una giovane che all’epoca aveva avuto una relazione sentimentale con l’imputato. La donna ha riferito che il 29enne le avrebbe confessato di aver ucciso Carvone proprio perché avrebbe parlato del furto con una persona legata alla criminalità locale, rivelando anche il suo coinvolgimento. Per i giudici si tratta di un elemento centrale per comprendere la dinamica dell’omicidio, perché la presunta delazione sarebbe stata interpretata come un tradimento incompatibile con le regole di omertà che dominavano quel contesto.

Ferrarese ha provato a convincere i giudici che non aveva l’intenzione di uccidere, affermando che Carvone si fosse presentato armato dopo una lite tra i due, ma non è stato creduto.

La Corte, invece, si è convinta che l’imputato si sia procurato una pistola per affrontare il giovane e contestargli il comportamento ritenuto scorretto. La discussione tra i due sarebbe rapidamente degenerata fino agli spari. I magistrati evidenziano come i colpi siano stati esplosi mentre la vittima si stava allontanando, un elemento che rafforza l’interpretazione di un gesto deliberato e punitivo.

Gli investigatori hanno inoltre ricostruito un contesto di rapporti segnati da attività illegali e da forti tensioni tra gruppi di giovani, un ambiente nel quale accuse di tradimento o di collaborazione con altri soggetti potevano provocare reazioni violente.

I familiari di Giampiero Carvone, costituitisi parte civile tramite l’avvocato Marcello Tamburini, hanno ottenuto il riconoscimento del diritto al risarcimento dei danni, che sarà quantificato in sede civile. La vicenda giudiziaria non è però conclusa: i difensori di Ferrarese hanno annunciato l’intenzione di impugnare la sentenza davanti alla Corte di Cassazione, ultimo passaggio di un lungo percorso processuale.