Il triangolo del barocco in Puglia è come il triangolo delle Bermuda: una forza magnetica che attrae e perde il viandante. Fra Lecce e Cisternino, Martina Franca si offre di loro non meno leziosa e altezzosa di cultura e di arte. E tuttavia qui quella stupefacente capacità del cesello di intagliare nella pietra salentina le forme più bizzarre non si limita a creare teatralità di facciate solo per chiese e palazzi nobiliari. Qui si mangia pane e barocco nelle case più popolari. Qui il balconcino, la ringhiera in ferro battuto, il portoncino, la finestra, l’architrave accompagnano tutto l’itinerario del centro storico. Ed è come un’avventura dello spirito che non vive di improvvisi squarci, ma di una trama continua di vicoli, piazzette, archi che si offrono sempre diversi nelle prospettive geometriche.

Qui un intreccio di “scalini, ballatoi, logge, ciminiere” non è mai lo stesso intreccio, assume sempre forme diverse a seconda del punto di osservazione. Aiutato in questo dalle stradine che, come è stato scritto, “rallentano il cammino” e contribuiscono alla sorpresa, alla scoperta dell’angolo inedito. Insomma una città che chiunque può ritagliare a modo suo col telecomando della fantasia.

Lo fece anche il celebre Cesare Brandi, che a Martina invece del barocco vide il rococò. Una scoperta: “una città intera, per piccola che sia, tutta frastagliata e percorsa di rilievi rococò, come da una rampicante, non esiste, che io sappia, da nessun’altra parte”. Casucce e vicoli “stretti come i carruggi di Genova o le mercerie di Venezia, ma così proporzionati e gentili come se fossero il plastico di una città grande, o delle scene per un teatrino di corte”. E girarci, per Martina Franca, “divenne allora come quando si giocava a chiapparsi: fuggiva qua e là, sempre più amabile, sempre più costantemente rococò, ora una casetta, ora una semplice porta, ora balconcini da serenate o da ciacolii quasi veneziani. E tutto così oleato, duttile: e pulito, esatto, ben tenuto”.

Correva il 1300 quando la posizione strategica di Martina in agro di Taranto ai limiti con quello di Bari fece nascere la città fortificata chiusa da 24 torri e da sole quattro porte di accesso. E consigliò a Filippo d’Angiò di attribuirle concessioni non usuali, a cominciare dalla libertà da ogni dominio feudale. Martina diventava Franca, dipendente cioè solo dal re in cambio di fedeltà in caso di bisogno. Niente tasse, possibilità di farsi casa all’interno delle mura, di andare a pascolare nei territori limitrofi senza pedaggio. Non roba da poco, per i tempi. Ciò che fece sentire i suoi abitanti il sale della terra, sfrontataggine che conservano tuttora insieme alla robusta convinzione di essere numeri uno.

Ma se non i suoi abitanti, bisognerebbe mettere Martina sotto una cappa di vetro come piccola capitale del bello. Qui sopravvive, nonostante i pochi mezzi, quel Festival della Valle d’Itria, chicca nel panorama musicale italiano con la sua pervicace ricerca di musica colta del periodo, appunto, barocco. Cosicché il solito Brandi poté immaginare Paisiello e Mozart, Cimarosa e Pergolesi prendere il sole in piazza, gustando un sorbetto.

Se si aggiunge che si svolge, il Festival, nella “Scala all’aperto” di Palazzo Ducale, maggior vanto della città, si completa il quadro. Tanto arioso e sontuoso il Palazzo, seppur soffocato in una piazzetta, che il viaggiatore abate Giambattista Pacichelli lo paragonò alla reggia di Versailles. E il classico portale “col ruolo celebrativo di arco di trionfo”. Ciò che vivamente consiglia di chiudere qui con Martina bella, altrimenti chissà che arie i martinesi un po’ artisti un po’ teste gloriose.

Lino Patruno da bridgepugliausa.it