Cultura Brindisi 

La morte nera raggiunse il sud Italia nel XIV secolo: una pandemia devastante con 20 milioni di vittime, la scoperta nata da un'intuizione di Sarcinelli di Unisalento

In questi giorni una scoperta fondamentale ha scosso il mondo degli studi archeologici: la pandemia di peste della seconda metà del XIV secolo, che si stima abbia mietuto circa 20 milioni di vittime e che abbia colpito tre continenti (Africa, Asia ed Europa), raggiunse anche il Sud Italia

In questi giorni una scoperta fondamentale ha scosso il mondo degli studi archeologici: la pandemia di peste della seconda metà del XIV secolo, che si stima abbia mietuto circa 20 milioni di vittime e che abbia colpito tre continenti (Africa, Asia ed Europa), raggiunse anche il Sud Italia, e adesso ne abbiamo testimonianze scientifiche. Altrimenti nota come "Morte Nera", la suddetta pandemia fu nota per l'estrema mortalità e per essere stata, nell'immaginario cristiano, il castigo inflitto da Dio per la proliferazione delle eresie e l'indebolimento della fede. 


In merito al terribile contagio che devastò il Vecchio Continente non vi sono molte fonti, se non si considerano i registri comunali ed eventuali racconti come il "Decameron" di Giovanni Boccaccio. L'opera dell'autore fiorentino è una testimonianza molto nota del periodo in questione: dieci giovani si rifugiano in campagna per sfuggire alla pestilenza e sono loro i narratori delle novelle raccontate per occupare il tempo e contrastare la noia. Filostrato, Dioneo, Panfilo, Emilia, Lauretta, Fiammetta, Elissa, Neifile, Pampinea e Filomena, tre ragazzi e sette ragazze che raccontano novelle estremamente eterogenee e che tratteggiano un quadro estremamente nitido della società trecentesca.


L'arrivo della peste del Mezzogiorno è stato provato tramite il rinvenimento del batterio che la causava, la Yersinia pestis, identificato mediante l’analisi DNA dei resti umani in due tombe databili intorno alla metà del XIV secolo scavate accanto al complesso dell'abbazia di San Leonardo a Siponto (località del nord della Puglia), in comune di Manfredonia. 

Il risultato di questa ricerca, che nasce da un'idea del dottor Giuseppe Sarcinelli (Università del Salento) ma è il frutto di un lavoro di equipe, è stato reso noto al 31° Congresso Europeo di Microbiologia Clinica e Malattie infettive (ECCMID), che si è svolto a Vienna tra il 9 e il 12 Luglio, con una relazione dal titolo "First genetic evidence of the plague in the abbey of San Leonardo (Apulia, Italy): tracing the cause of death in two individuals buried with coins". 

"L'originalità della scoperta è che si tratta del primo rinvenimento del batterio di Yersinia pestis in tombe singole nel Sud Italia", ha dichiarato il dott. Giuseppe Sarcinelli nell'intervista rilasciata al nostro giornale. 


Le attività di scavo e di ricerca sono dirette dal Ministero della Cultura, nello specifico dal segretario regionale del MIC per la Puglia, dalle soprintendenze ABAT per le provincie di Foggia, BAT e per la città metropolitana di Bari. Le sepolture sono state scavate dalla dottoressa Ginevra Panzarino (Universidad de Valencia, Espana). Le indagini numismatiche sono curate dal dottor Giuseppe Sarcinelli dell'Università del Salento, quelle antropologiche dalla dottoressa Elena Dellù (Soprintendenza ABAT Bari). Le indagini molecolari sono state effettuate presso l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Puglia e Basilicata di Foggia (dottor Donato Raele).


I resti umani appartengono a due uomini in età matura (intorno ai 30-40 anni) e avevano con sé uno o più gruzzoli di monete. L'idea, poi confermata dalle evidenze scientifiche della seconda ricerca, è che i corpi fossero stati sepolti velocemente, senza essere controllati e spogliati di eventuali beni di valore, a causa del timore di contrarre la peste.

La ricerca di partenza è consultabile, tra le varie fonti, nell'articolo "Coins in a medieval grave in Siponto (Apulia): intentional or unintentional deposition?", scritto da Giuseppe Sarcinelli, Ginevra Panzarino e Anna Maria Tunzi, pubblicato su The Journal of Archaelogical Numismatics, volume 9, 2019 (European Centre for Numismatic Studies, Bruxelles, Belgio) e nell'articolo "Monete in tombe medievali da Siponto: deposizioni volontarie o involontarie? Un'analisi preliminare", scritto da Giuseppe Sarcinelli e Ginevra Panzarino e pubblicato su “Numismatica e antichità classiche. Quaderni ticinesi” (Lugano, Svizzera), 2019.





INTERVISTA AL NUMISMATICO GIUSEPPE SARCINELLI




- Come ha avuto l'intuizione che la causa della morte dei due individui potesse essere la peste?



"L'intuizione che fosse peste è nata dal fatto che il defunto avesse ancora con sé nella sepoltura un gruzzolo costituito da ben 100 monete; esse erano nascoste addosso al defunto, sotto i vestiti, se non addirittura cucite al loro interno. Il primo dubbio che sorse quando iniziammo a studiare le tombe e le monete fu: "Come mai, durante la sepoltura, nessuno si è accorto che il defunto aveva con sé queste monete?". Di solito, quando si seppelliva un morto, i defunti venivano spogliati, lavati, lì non se ne sono accorti. Il sospetto fu che lo avessero seppellito cercando di toccarlo il minimo indispensabile, da lì è venuta l’ipotesi che ciò fosse dovuto alla paura di contrarre una qualche forma di contagio. Considerando che la datazione delle monete coincide in maniera abbastanza precisa con il momento di diffusione della peste del XIV secolo in Italia, è sorto il sospetto che essa fosse stata la causa della morte. Successivamente, analizzata la seconda tomba rinvenuta, anche qui vi sono state trovate monete, in questo caso soltanto 12, e questa volta  in una sacca appesa alla cintola: non erano nascoste, perciò, eppure neanche questa volta erano state toccate (mentre per la tomba precedente appariva difficile che ben 100 monete, per quanto ben celate potessero sfuggire…) Abbiamo fonti documentarie relative ad altri ospedali dove si parla chiaramente della preparazione dei corpi di defunti per la sepoltura, e si registrano le monete trovate nascoste sui corpi, nelle tasche o altrove. Ecco perché mi è parso molto probabile che i corpi siano stati toccati il meno possibile e che siano stati seppelliti in tutta fretta. Da lì è nata l'idea di rivolgerci innanzitutto ad anatomopatologi, e poi è intervenuto l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Foggia, che si è offerto di effettuare le analisi del DNA e quindi ci ha dato la conferma effettiva della presenza della peste. Esistono studi a livello europeo che hanno già intercettato il batterio Yersinia pestis in corpi dell'epoca, ma posti all’interno di fosse comuni. Questa, invece, è la prima volta che viene ritrovato il batterio Yersinia Pestis in corpi situati in tombe singole, in contesti archeologici sigillati e databili grazie agli elementi di corredo. Lo studio sta incuriosendo tutto il mondo accademico".




- Questo studio potrebbe riscrivere la mappa della diffusione del contagio in Italia?


"Questo è un titolo, che qualcuno ha scritto, forse un po' troppo sensazionalistico. Il fatto che la peste fosse presente era già noto perché noto dalle fonti documentarie; la novità è stata trovarla su dei corpi sepolti in contesti singoli e, soprattutto, scavati dall’amica e collega Ginevra Panzarino  con grandissima accuratezza, per cui è stato possibile recuperare tutta una serie di dati attenti e precisi. Le fonti c'erano già. L'originalità della scoperta è che si tratta del primo rinvenimento del batterio di Yersinia pestis in delle tombe singole. Esistono analisi del genere in Francia e Inghilterra su fosse comuni, ma su tombe singole è la prima volta".




- Dove saranno conservati i reperti archeologici?



"In questo momento si trovano presso la Soprintendenza a Bari. Nel prossimo futuro dovrebbe esserci una presentazione dei reperti, e un convegno di presentazione dei risultati della ricerca, ricerca che – ci tengo a precisarlo – è tuttora in fieri: le direttrici di ricerca sono ancora tante, dallo studio degli altri oggetti recuperati nelle sepolture, all’analisi di un piccolo lembo di tessuto sopravvissuto ai secoli (era attaccato ad una delle monete). C’è ancora tanta strada da fare".




- Quanto è stata importante l'interdisciplinarietà in questa ricerca?


"A livello interdisciplinare si ottengono grandi risultati, dall'inizio una delle scommesse più grandi è stata contattare esperti delle varie discipline che potessero contribuire: e difatti nel nostro gruppo sono presenti archeologi, antropologi, anatomopatologi, numismatici, esperti di tessuto, esperti di metalli, microbiologi. Se stiamo ottenendo risultati eccellenti si deve al fatto che c'è un intero gruppo di ricerca che sta lavorando in sinergia".




- È previsto un nuovo programma di lavori per cercare nuovi reperti oppure ci si concentrerà su questo studio?



"Il lavoro prosegue, dobbiamo individuare ancora altri elementi. Alcuni reperti non sono stati ancora stati studiati a fondo. Abbiamo ipotizzato di fare l'analisi del DNA anche su altre tombe. Queste due tombe vengono da un piccolo lembo di cimitero situato accanto all'abbazia di San Leonardo, dove c'era un ospedale. È probabile che i defunti fossero pazienti di quell'ospedale e che lì siano morti. Sarà interessante vedere se anche le altre tombe hanno le stesse caratteristiche delle due già analizzate. Il fatto che questi due defunti siano sepolti da soli potrebbe indurre a pensare che l'epidemia fosse nella fase iniziale, nella quale ci sono pochi decessi. Quando c'è l'esplosione pandemica, i morti sono seppelliti tutti insieme nelle fosse comuni. L'unicità è aver intercettato tombe singole. Nelle fosse comuni risulta impossibile attribuire determinate caratteristiche ad un defunto piuttosto che ad un altro perché è tutto miscelato".





- Quali sono le caratteristiche dei reperti monetali?



"Sono dei denari in argento o in lega d'argento: nel caso della tomba con 100 monete, 99 sono denari in lega d'argento e vengono tutti dalla Grecia, dalla fine del XIII un'area di quel Paese era caduta sotto il dominio di personaggi della famiglia degli Angiò, dunque è come se si trattasse di un'area periferica del Regno di Napoli. Ci sono 99 denari tornesi della Grecia franca, monete da poco meno di un grammo, molto sottili, e una moneta più grande, di quasi 4 grammi, un Gigliato battuto a Napoli da Roberto d'Angiò. Per quanto riguarda l'altra tomba, c'erano 12 monete: sono ancora in restauro, in quanto fortemente concrezionate insieme a formare una piletta cilindrica: sono visibili ad oggi solo le due monete poste all’estremità, una è di Ancona, l’altra di Ravenna. Il defunto della prima tomba aveva 97 monete nascoste in tre diverse parti del corpo e tre monete in tasca, questa è un'abitudine presente ancora oggi: avere del denaro subito a disposizione ed il resto tenerlo magari in una tasca interna dell'abito. Tra l'altro, su uno dei due corpi è stato trovato anche un rosario. Ci siamo chiesti se, più che un commerciante, non fosse un pellegrino che si stava recando al santuario di Monte Sant'Angelo, uno dei più importanti della cristianità. Le fonti ci dicevano già che nel Sud Italia c'era la peste, adesso abbiamo la prova scientifica che a Siponto c'è stata".







Giuseppe Sarcinelli è Dottore di ricerca in Storia antica, studioso di storia della moneta, in servizio presso l’Università del Salento, dove è responsabile del Laboratorio per lo Studio e la Documentazione delle Evidenze Numismatiche. In tale veste cura lo studio del materiale monetario recuperato dai numerosi scavi effettuati dall’Università del Salento in tutta Italia, e collabora con altre Università italiane ed estere, e con diverse Soprintendenze Archeologiche, allo studio di reperti monetari o collezioni numismatiche conservate in Musei italiani e stranieri.

Le sue aree di interesse spaziano dalla numismatica antica, a quella romana e medievale.

Collabora con il Museo Archeologico Nazionale di Taranto-MArTA, attraverso il restauro, la schedatura e lo studio di alcuni tesoretti monetali custoditi presso il medagliere del Museo.

È coordinatore per l’Italia meridionale del progetto “FLAME” (Princeton University, U.S.A., responsabile professor Alan Stahl) per lo studio dell’economia altomedievale in ambito mediterraneo.

Attualmente fa parte del gruppo di ricerca impegnato nel progetto di riconoscimento del DNA di tracce di Yersinia pestis in sepolture trecentesche dalla Puglia settentrionale (Siponto- Foggia), che ha portato a importanti risultati attualmente in corso di pubblicazione.

Ha preso parte per alcuni anni al progetto congiunto tra il British Museum e l’Università degli Studi di Milano per la pubblicazione della raccolta di monete italiane medievali e moderne conservate

presso il Dipartimento di monete e medaglie del British Museum. Ciò ha portato alla pubblicazione di “The Italian Coins in the British Museum. Volume I. South Italy, Sicily, Sardinia” di cui è anche co-editore.

Sta curando la pubblicazione di tutte le monete italiane medievali e moderne della Heberden Collection dell’Ashmolean Museum di Oxford.

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