Sanità Brindisi 

Il Salento tra i protagonisti del grande progresso nella lotta all’Alzheimer: la sperimentazione del nuovo farmaco anche a Tricase

Nuovo farmaco che ritarda gli effetti dell’Alzheimer, il Salento protagonista dello studio internazionale e della sperimentazione. Intervista a Logroscino: “Grande passo in avanti”

SALENTO - C’è il Salento tra i protagonisti del grande sforzo internazionale per immettere sul mercato un nuovo farmaco contro l’Alzheimer: dalla Puglia il contributo del Centro per le Malattie Neurodegenerative del ‘Panico’ di Tricase guidato dal professor Giancarlo Logroscino.

Dopo cinque anni di monitoraggio, lo studio continua assieme a Tecnopolo Puglia. Sono passati 20 anni tra i fallimenti della ricerca, ma ora c’è il via libera dell’Fda al farmaco contro l’Alzheimer: si chiama Aducanumab la terapia messa a punto da Biogen che ha le potenzialità per rallentare il decorso della malattia. In altre parole vengono posticipati i sintomi gravi della malattia, ma bisogna intervenire subito.



La Puglia ha contribuito al primo farmaco per la cura dell’Alzheimer, atteso da 20 anni: il Centro per le Malattie Neurodegenerative e l’Invecchiamento Cerebrale dell’Università di Bari presso l’ospedale ‘G. Panico’ di Tricase (Lecce), guidato dal professor Giancarlo Logroscino, è stato, infatti, l’unico presidio della Puglia a partecipare alla sperimentazione. Secondo le stime della scienza, nel 2050, ci saranno 7,7 milioni di nuovi casi all’anno di questa terribile malattia neurodegenerativa che fa perdere anche la memoria. Il farmaco che si sta sperimentando non ha convinto tutta la comunità scientifica internazionale, ma è sicuramente in grado di interferire con uno dei tanti ‘killer’: la proteina beta-amiloide. Ha potenziali effetti collateralcome microemorragie cerebrali.

Un lavoro svolto in tutto il mondo negli ultimi cinque anni e riconosciuto ufficialmente pochi giorni fa dalla Food and Drugs Administration (FDA) statunitense, che ha approvato l'utilizzo dell'Adecanumab, il farmaco contro la sindrome di Alzheimer prodotto dalla casa farmaceutica Biogen. Un traguardo storico considerata la larga diffusione della malattia, che si stima colpisca tra il 5% e l'8% circa della popolazione adulta sopra i 65 anni, circa 50.000 persone solo in Puglia. Pur trattandosi di una notizia che fa sperare le persone che soffrono di questa malattia, è necessario avere ancora cautela nell’utilizzo del farmaco. Sebbene l'Adecanumab appaia in grado di intervenire in modo diretto sui meccanismi fisiologici nell’insorgenza della malattia, vale a dire durante la formazione di placche betamiloidi sul cervello, la sua efficacia è stata dimostrata solo in precise condizioni. I test hanno mostrato, infatti, che il farmaco riesce a ridurre le placche solo nei pazienti che manifestano i primi sintomi della malattia, ovvero perdita di memoria e difficoltà nel ragionamento.

 

INTERVISTA AL PROFESSOR GIANCARLO LOGROSCINO 


Professore, la Puglia è il Salento sono Protagonisti di un grande progresso, vero? 


“Questo studio ha coinvolto circa 250 centri in tutto il mondo, di cui il 60 % sono americani mentre noi rientriamo tra i 120 centri europei, quindi essere riusciti a dare un contributo importante a questo evento epocale, a partire da una realtà che proviene dal sud dell’Europa, ci rende orgogliosi perché di solito queste ricerche sono appannaggio delle grandi ed evolute città metropolitane. Il centro di Tricase è inserito in una rete di eccellenza europea che ha portato qui in Salento la sperimentazione sul farmaco per cinque anni. Abbiamo dato il nostro contributo apportando anche un numero di pazienti maggiore rispetto ad altri centri italiani e dell’Europa coinvolti. Questo lavoro di ricerca e sperimentazione ha coinvolto 299 istituti in tutto il mondo e 2.400 persone che hanno sperimentato il farmaco sottoponendosi alle cure e contribuendo a questo importantissimo risultato. L’auspicio è che anche l’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, e poi l’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, riconoscano a loro volta l’Adecanumab”.


La squadra pugliese porta a casa un grande risultato...


“Coniugando  capitale umano di altissima preparazione e innovazione tecnologica si può arrivare a grossi risultati, col lavoro di squadra. Il nostro centro sta continuando a lavorare sulla sperimentazione di questo farmaco e sulla ricerca che riguarda le malattie neurodegenerative. L’investimento deciso dalla Regione Puglia e dall’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’, nonché dalla Fondazione ‘Panico’, sta dando risultati tangibili e un contributo importante alla cura di alcune tra le patologie che possono affliggere l’età adulta, presenile e senile, migliorando la vita di queste persone. In questo quadro è fondamentale il percorso iniziato con Tecnopolo Puglia, il centro per la nanotecnologia applicata alla medicina di precisione, fondato dall’Istituto di Nanotecnologia del CNR di Lecce, l’IRCCS Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” di Bari e il Centro per le Malattie Neurodegenerative. Obiettivo della collaborazione è proprio introdurre le nuove tecnologie nella cura usuale dei pazienti”.


Non tutta la comunità scientifica internazionale è d’accordo su questo farmaco: ci effetti collaterali sono rilevanti? 


“Chiaramente questo è un farmaco che ha degli effetti collaterali frequenti ma non importanti e quindi abbiamo imparato che è un farmaco maneggevole, che si può usare con le giuste precauzioni. Dobbiamo ancora imparare molto su questo farmaco. Naturalmente vi sarà un periodo di verifica dell’efficacia”. 


Il farmaco si potrà sperimentare sui soggetti a rischio? 


“Abbiamo una serie di misuratori precisi che sono basati su un mix di fattori genetici ed ambientali. L’arrivo di questo farmaco provocherà uno spostamento sempre più teso ad anticipare la diagnosi. Allo stato attuale delle cose, bisogna pensare ad un suo utilizzo dopo i sintomi clinici, quindi non si può pensare di somministrare il farmaco per i soggetti a rischio. In futuro É probabile che accada ciò che è successo anche per l’oncologia, cioè si andrà sempre più a carpire il rischio della malattia, prima che questa compaia, ma questo appartiene al futuro delle neuroscienze e oggi dobbiamo focalizzarci, nella pratica clinica attuale, sulle persone con sintomi”.

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