Terapia intensiva, situazione migliore a Brindisi: pressione alta nel leccese

martedì 1 dicembre 2020

Le terapie intensive salentine dedicate ai malati covid-19 hanno subito una pressione quasi insostenibile nei momenti più difficili di questa seconda ondata: ora sembra andare meglio. Nel leccese sono arrivati i rinforzi (medici e personale sanitario), ma c’è bisogno di un periodo di formazione. Ogni giorno ci sono pazienti trasportati con l’elisoccorso nella terapia intensiva del DEA: anche oggi ce n’è uno nuovo, proveniente da Foggia. Il numero di ricoverati nella rianimazione del DEA, dunque sale a 22, quasi tutti in condizioni gravi. Anche nell’ospedale Perrino di Brindisi c’è un nuovo paziente foggiano in gravi condizioni. Per fortuna nella terapia intensiva covid del nosocomio brindisino è calato il numero di ospiti, dopo che gli arrivi dal nord della Puglia hanno intasato le rianimazioni salentine. L’infettivologo Pietro Grima nelle scorse ore, da ex ospedaliero operativo a Galatina, ha postato su Facebook un’amara riflessione sulla medicina territoriale che stenta a ritrovare il suo ruolo centrale e sui medici così difficili da reperire.

Gli arrivi costanti dal nord della Puglia in due mesi avevano messo in crisi le terapie intensive salentine. Dopo un periodo piuttosto difficile, la situazione è tornata sotto controllo. Al DEA sono aumentati i posti letto in rianimazione (sono 24 con possibilità di ulteriori allargamenti) e sono arrivati i rinforzi del personale che si attendevano. I turni massacranti da inizio pandemia hanno stremato medici e sanitari: una situazione che riguarda tutti i dipartimenti, compreso il SISP che si occupa dei tracciamenti. Il monitoraggio delle terapie intensive del Salento è importante per capire se c’è un miglioramento. Il SARS-CoV-2 continua a circolare, ma in modo più controllabile del leccese e nel brindisino. I nostri dipartimenti di igiene e prevenzione sono ancora capaci di effettuare tutti i tracciamenti necessari. Per quanto riguarda le terapie intensive, c’è un numero ancora alto all’interno del DEA di Lecce (22 pazienti), Brindisi ospita otto malati covid nella propria rianimazione (anche in mattinata è stato registrato un nuovo arrivo da Foggia), mentre Taranto ne ha 3. Possiamo dire che la sanità salentina finora ha retto, anche se si potrebbe fare molto di più con la medicina territoriale e con le cure preventive da casa. Il sistema ancora non funziona. C’è qualche miglioramento con le USCA, che dovrebbero essere operative per gli interventi a casa, ma la strada da fare è ancora lunga. Dopo l’estate l’infettivologo e scrittore Pietro Grima ci avvisò che eravamo in ritardo su organizzazione della medicina territoriale, anche con le USCA, e persino con il vaccino antinfluenzale. Oggi possiamo dire con sicurezza che aveva ragione.

CI VOGLIONO RINFORZI E MEDICI DI BASE ALLA VECCHIA MANIERA”

Nonostante i nuovi innesti, medici e sanitari sono sempre pochi durante un’emergenza pandemica, ma se la medicina territoriale avesse avuto i mezzi fin da subito, forse in ospedale sarebbero state ricoverate molte meno persone. “Da ogni parte si sente dire, con fermezza e disappunto che la situazione è grave: mancano medici, mancano infermieri, mancano apparecchi per ventilazione, la medicina territoriale nella gran parte della penisola è soltanto una bella ipotesi - si sfoga il dottor Grima - Lo dicono i giornalisti, lo confermano i medici. Tutte persone degne di rispetto e di fede. Si ha l’impressione che il nostro sistema sanitario, un tempo orgoglio nazionale, faccia acqua da tutte le parti. Di grazia se è vero che mancano i medici, perché mai esiste il numero chiuso alle iscrizioni delle facoltà mediche? Se è vero che mancano gli infermieri, perché non si incentivano le assunzioni? Se è vero che la medicina territoriale balbetta, perché non si mobilitano i medici di base? Se bisogna evitare l’intasamento degli ospedali, perché non si organizza meglio il lavoro dei medici che, il sistema, spesso mortifica rendendoli simili a scribacchini? I meno giovani ricorderanno il lavoro dei vecchi medici di famiglia che al mattino, molto presto muniti di ‘borsa professionale’ giravano per la città portando il loro sapere e la loro competenza a chi ne chiedeva l’intervento. Faccio solo alcuni nomi: ricordate Aldo Arciprete, I due Rugge (Gino e Luigi), Mario Forastiere, Vittorio Capozza, Tommaso Borgia, Mario Lombardi e tanti altri che dedicavano molte ore della loro giornata all’assistenza domiciliare e altrettante ore all'ambulatorio. Che cosa è successo? Tutto è diventato complicato e non si riesce a soddisfare le esigenze minime. I malati si lamentano, i medici si lamentano, gli infermieri protestano. Ahimè sorge il dubbio che da quando la sanità e diventata schiava della politica, le cose si sono imbrigliate. Ma forse mi sbaglio, forse è soltanto una crisi passeggera. C’è da dire, tuttavia che nella sanità c’è molta politica, i direttori sono politici nominati da politici e perfino molti tra i medici sono espressione di questo o quel partito e mentre un tempo la carriera era subordinata a due concorsi nazionali di idoneità, ora basta avere un buon indice di gradimento. Con buona pace della meritocrazia. Che ne dite, ritorniamo al passato? Purtroppo il mondo è cambiato ...Non ci resta che sperare che qualcuno di buona volontà rimetta le cose al posto giusto. La vedo nera!”.

ggorgoni@libero.it

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