La dura battaglia al covid dei medici di famiglia: senza DPI e sempre a rischio

sabato 11 aprile 2020

di Gaetano Gorgoni 

I caduti nella guerra contro il covid-19 tra le prime file dei medici di famiglia sono già 30. In tanti non vengono nemmeno avvisati della positività al SARS-CoV-2 dei loro pazienti: alcuni medici ci confessano che la Asl li avvisa in ritardo anche per le quarantene, perdendo così anche la possibilità di un supporto nel controllo del territorio (tutto in nome della privacy). Inoltre, il governo ha imposto a tutti questi professionisti di limitare le visite e di fare telemedicina senza limiti orari, in cambio dei soldi arretrati già da qualche anno. Per il dottor Antonio Chiodo un affronto: “Non ci danno DPI per le visite, che comunque siamo obbligati a fare, dovremmo lavorare h24, non ci danno la tecnologia (che dovremmo procurarci), dobbiamo far lavorare di più le segretarie e in cambio ci darebbero solo una parte degli arretrati già dovuti”.

Si è parlato per molti anni del rafforzamento della medicina territoriale e del fatto che il passo in avanti per la sanità è affidare i pazienti cronici e quelli curabili in ambulatorio a medici di base e strutture territoriali (questa strategia alleggerirebbe gli ospedali che sono fatti per le emergenze), ma in tempo di pandemia l’organizzazione locale stenta a decollare. I medici di base e i pediatri sono allo sbando: secondo gli ultimi interventi governativi dovrebbero fare “telemedicina”, senza limiti orari e a loro spese, in cambio degli arretrati che lo Stato deve versare da anni. A questo si aggiungono le mancate informazioni sui pazienti infetti e su quelli messi in quarantena. Molte quarantene, esattamente come avviene per i sindaci, vengono comunicate in ritardo: “È un problema enorme - spiega il medico di base Lucio Rugge - Noi ancora siamo costretti a fare visite personali e rischiamo la pelle senza una tempestiva informazione sui nostri stessi pazienti. Inoltre, se ci comunicassero i positivi e i sospetti tempestivamente potremmo dare una mano nel monitoraggio e nell’assistenza all’Asl”. Purtroppo non è questione di malafede, ma di impostazioni burocratiche e la burocrazia a volte è lenta nell’adattarsi a soluzioni più agevoli per tutti. Il dottor Antonio Chiodo, però, ha scritto una lettera al premier Giuseppe Conte perché si sente sotto ricatto: “Il governo ci impone di far lavorare di più le nostre segretarie, di essere disponibili h24, di procurarci tecnologia e DPI da soli in cambio dei nostri soldi arretrati: è vergognoso”.

INTERVISTA AL DOTTOR ANTONIO CHIODO

Dottore, come va la videomedicina?

“Sappiamo già che non è sempre videomedicina: ormai i pazienti si attrezzano per avere a casa tutti i farmaci utilizzabili in funzione anticovid di cui parlano tv, giornali e siti web. Stanno facendo le scorte e si inventano di tutto per farseli prescrivere. Naturalmente, a distanza, non puoi capire se quello che affermano è vero. Chiederanno quintali di eparina, poi lo zitromax è tanto altro. Tutto quello che la tv consiglia”.

Sono farmaci inutili?

“No, non sono inutili, ma al minimo sintomo troppi pazienti si imbottiscono di medicinali. Alcuni pazienti prendono antibiotici senza considerare il fatto che questo tipo di medicinali non hanno alcun effetto contro i virus”.

Riepilogando, cosa richiede il governo?

“Dovremmo comprare la tecnologia per la video medicina, raddoppiare la paga delle segretarie per fare lavorare il doppio, essere a disposizione per 24 ore in cambio di una parte degli arretrati che lo Stato ci deve da 5 anni? Sono soldi nostri, ma anche sugli arretrati che arriveranno dovremo pagare una parte consistente di tasse. Ci chiamano eroi e poi ci trattano così. C’è chi muore facendo il nostro lavoro. Roberto Stella, uno dei primi defunti di Varese, era un mio caro amico: un martire del lavoro che ben interpretava la missione vera del medico del territorio. Vorremmo rispetto e tutele”.

Il governo non si impegna a fornirvi i dispositivi di protezione individuale (che devono essere cambiati ogni giorno) necessari a proteggervi durante le visite che comunque siete costretti a fare?

“Stanno cercando di puntare sulla telemedicina per evitare che poi ognuno di noi faccia causa per essere stato mandato allo sbaraglio. Le protezioni sono state introvabili per tutta la fase iniziale della pandemia e sono già morti 30 medici di base. Lo Stato avrebbe dovuto fornirci i DPI di riserva una volta esaurite le nostre scorte. Siamo stati mandati allo sbaraglio, nonostante tutte le leggi sulla sicurezza del lavoro (quelle a tutela del lavoro e del lavoratore), che oggi sembrano lettera morta. Ma noi continuiamo a essere obbligati a prestare assistenza a determinati pazienti, soprattutto quelli anziani. Le visite in assistenza domiciliare integrata (con infermieri e specialisti: medicina complessa) e programmata (per gli anziani, dove agiamo soli) si fa per aiutare pazienti fragilissimi ed è ancora obbligatoria per un medico di base, secondo la legge tutt’ora in vigore. Non possiamo rifiutare la prestazione in certi casi: possiamo solo limitare le visite personali. Ci sono tanti anziani soli, che noi dobbiamo seguire: come si fa a non andare? Il rapporto è diretto anche giuridicamente. Puoi essere denunciato se non vai!”.

Il decreto legge parla di reperibilità a distanza senza riorganizzare gli ambulatori: lascia tutti allo sbando, mi sembra di capire.

“Il medico di base è un libero professionista (para-subordinato) che lavora in convenzione con l’Asl (datore di lavoro che dovrebbe occuparsi della sicurezza sul lavoro), con un rapporto che è diretto con il paziente, regolamentato da leggi e accordi. Il presidente Michele Emiliano, che in un’intervista ci dice che non dobbiamo visitare più personalmente, non ha su di noi alcun potere! Io non posso dire a un paziente fragile, che chiede aiuto: ‘Veditela tu, mi hanno detto che non posso visitarti!’. Così rischio la denuncia. Non si tratta di essere un medico professionale: siamo principalmente medici, con un codice deontologico, e una funzione di pubblica utilità”. 

ggorgoni@libero.it

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