Covid-19, notizie dal “fronte”: la storia di Denise, infermiera in prima linea

mercoledì 8 aprile 2020

di Gaetano Gorgoni 

Sono migliaia i salentini impegnati nei centri ospedalieri, nelle strutture di ricovero e nei 118 di tutta Italia, dove si combatte ogni giorno per salvare la vita di tanti pazienti. Oggi vi raccontiamo una delle tante storie di questi “soldati-eroi”, che ogni giorno rischiano e sudano per salvare delle vite umane. Diamo un volto ai tanti giovani protagonisti di questa battaglia: Denise Cerfeda, infermiera che viene da Poggiardo (laureata alla Cattolica del Sacro Cuore) oggi tra le file degli operatori di un’eccellenza, il reparto di Rianimazione Covid-19- “Pandemia 2020” - del Policlinico Gemelli di Roma. “Ci sembra di combattere senza armi, perché i farmaci che si usano ora sono tutti sperimentali: fanno paura certe infiammazioni dei polmoni gravissime su pazienti che respirano bene. Il nemico è subdolo e colpisce in maniera letale quando meno te lo aspetti”.

Bisogna ricordare che il nostro esercito che combatte contro il covid-19 è fatto di persone spesso lontane dalle proprie famiglie. Gente come Denise, una professionista salentina che lavora nella seconda Rianimazione d’Europa: un centro di eccellenza tutto italiano, riconosciuto nel mondo per tecnologie e professionalità. Oggi raccontiamo la battaglia in prima linea vissuta da una ventenne che si affaccia nel mondo della sanità con l’entusiasmo e la passione di chi fa questo lavoro per pura vocazione. Il mondo è pieno di salentini così, lontani chilometri dalle loro famiglie e impegnati in una coraggiosa battaglia contro il nemico invisibile giunto da Wuhan. Al Gemelli Denise è l’unica infermiera salentina (di Poggiardo), ma ci sono altri due medici leccesi (uno di Scorrano è uno di Nardò). “Nel nostro reparto ci sono 20 posti letto per curare il covid-19 - spiega Denise- Tutte le terapie intensive del Gemelli sono state riadattate per la cura dei pazienti positivi al SARS-CoV-2. Al momento il solo Gemelli fornisce 60 posti letto di Rianimazione e Terapia intensiva”. Hanno paura questi “guerrieri” della sanità italiana? Ci pensano ai rischi che si corrono? “Non mi spaventa il virus in sé, ma, come per tutte le patologie dove non esiste una terapia specifica vincente, sembra di combattere disarmati: utilizziamo terapie che si utilizzano per altre patologie in via del tutto sperimentale (farmaci utilizzati per pazienti in condizioni diverse, ad esempio quello per l’artrite reumatoide, per la malaria, oppure il farmaco contro l’ebola, ma anche antivirali utilizzati per l’HIV). Naturalmente siamo attentissimi nel monitoraggio per evitare che i farmaci si rivelino tossici - spiega la giovane infermiera- È una lotta difficile, soprattutto quando i pazienti anziani arrivano in condizioni già critiche. Certe volte mi sembra di andare in guerra senza le armi. È una sensazione di impotenza, che però poi viene sconfitta dalle guarigioni che ci sono. Certo, quando si entra in terapia intensiva ci possono essere anche poche possibilità di vittoria per alcuni pazienti più fragili: noi non ci arrendiamo mai. Combattiamo con tutta la forza che abbiamo per i nostri pazienti: non è facile emotivamente. Mi spaventa l’evoluzione della patologia, oltre al fatto che non esistono farmaci specifici, non esiste una cura, per ora, ma solo farmaci sperimentali. La cosa che mi fa più paura è l’improvviso cambio di quadro clinico di certi pazienti apparentemente eupnoici, che fino a un momento prima respirano bene, regolarmente, sono vigili, collaboranti e, poi, si scopre che hanno lastre del torace spaventose. Gli esami svelano polmoniti bilaterali interstiziali gravissime e mai viste prima di questa pandemia. Lavoro in Rianimazione e ho visto altre gravi polmoniti, ma non di questa entità e ingravescenza”.

COVID-19, NOTIZIE DAL FRONTE 

Dal Lazio in giù il covid-19 ha avuto una frenata: l’esempio del nord è stato importante. Lì all’inizio non si era capito che la sciagura sarebbe arrivata dai luoghi di ricovero. Le RSA con i loro ambienti promiscui, le mancate cautele del Pio Albergo Trivulzio con i suoi cento morti, i focolai scoppiati negli ospedali, gli operatori che morivano sono stati un monito che non sempre abbiamo capito, altrimenti non avremmo avuto la tragedia di Soleto. Ma nella maggior parte delle regioni del centro-sud c’è stata la possibilità di chiudere le falle. Al Gemelli si lavora alacremente, con straordinari e doppi turni, come in tanti ospedali del sud. Tra i medici c’è stato un contagio, ma la situazione è ben monitorata e sotto controllo: impossibile pensare che ne escano tutti indenni dalla prima linea. Nel solo Gemelli ci sono 5 o 6 ricoveri di pazienti positivi al covid-19 ogni giorno: i percorsi separati e dedicati alla pandemia aiutano a evitare il contagio interno. “In alcuni casi siamo costretti a fare 15 ore con DPI che ci fanno assomigliare agli astronauti: non è facile, è davvero pesante” - spiega la giovane professionista che abbiamo fotografato nel suo luogo di lavoro. Denise non vede la sua famiglia da due mesi e, per cautela, ha evitato di far venire a Roma i suoi familiari stretti. È una quarantena anche degli affetti per gli operatori in prima linea: la solitudine si combatte lavorando duro e con le tecnologie (soprattutto videochiamate ai propri cari). Al Gemelli si fanno i tamponi a tutti gli operatori a rischio senza tergiversare: “Io ho fatto il tampone e sono negativa, ma resto comunque a distanza dai miei cari per sicurezza”. C’è da pensare ad altro in questo periodo: vite umane per cui vale la pena di combattere e di stringere i denti. “Con i pazienti si instaura un rapporto umano, di solidarietà ed empatia. Ricordo ancora Guido, il nostro paziente 1 positivo alla malattia covid-19: era un signore ottantenne con altre patologie. È difficile comunicare queste disgrazie alle famiglie, che non possono vedere i loro cari. Noi lo abbiamo comunicato alla moglie per telefono. Chi entra in terapia intensiva, con i presidi che indossa è difficile che risponda al telefono. C’è chi non risponde più al telefono alle chiamate della moglie e noi facciamo da tramite. Abbiamo comunicato quello che succedeva alla moglie di Guido: poi lei ci ha chiamati giorni dopo per ringraziarci, dopo aver metabolizzato lo shock. Ancora muoiono troppe persone con covid-19 nelle rianimazioni”. Scappano spesso le lacrime in corsia: c’è un mondo fatto di lotta, coraggio e umanità che vale la pena di raccontare.

ggorgoni@libero.it

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