Esagerare con smartphone e computer crea dipendenza, ansia, insonnia e depressione

venerdì 10 gennaio 2020
 Ora anche le ricerche lo confermano: il professor Piero Barbanti dell’Università telematica San Raffaele, in un’intervista realizzata oggi, ci spiega la “seduzione” esercitata sul sistema nervoso da smartphone e computer, che procedono per immagini più che per concetti e riducono la nostra capacità immaginativa e creativa. Secondo una nuova ricerca scientifica, utilizzare troppo internet nuoce all’apprendimento. Lo smartphone, il computer e i social stanno “allevando” una generazione alienata e dipendente dalle nuove tecnologie, ma c’è un modo per raggiungere l’equilibrio e non mettere a rischio la salute: dedicare più tempo all’ozio, senza telefonini e altro, meditare e soprattutto evitare di vivere sempre in velocità. 

di Gaetano Gorgoni

Le nuove tecnologie cambiano inevitabilmente la vita delle persone e la società intera. Lo smartphone ha rivoluzionato il modo di lavorare e di interagire. Ritornano in mente le considerazioni di Marshall McLuhan: “Ogni nuovo medium sconvolge con la sua accelerazione la vita e gli investimenti di intere comunità”. Ma anche le scoperte più belle hanno i loro lati oscuri: bisogna saperli affrontare. “Era il 9 gennaio 2007 quando davanti alla gremita platea della MacWorld Conference a San Francisco Steve Jobs presentava al mondo la sua ancora imperfetta ‘creatura’, che avrebbe reinventato e rivoluzionato il concetto di telefono - ci spiega il professor Piero Barbanti - E non solo. In realtà la rivoluzione iPhone, oggi a distanza di 13 anni lo possiamo dire,  ha completamente trasformato il nostro modo di comunicare, di interagire, di vivere. Come? Sdoganando l’uso e l’abuso di internet in ogni dove come mai forse neanche Jobs poteva immaginare”. Secondo una recente ricerca dell'università Statale di Milano e della Swansea University (Gb), pubblicata sul 'Journal of Computer Assisted Learning', l'abuso di Internet riduce le capacità di apprendimento degli studenti universitari: a causa della tecnodipendenza gli studenti risultano infatti meno motivati e più ansiosi, con un effetto aggravato dal senso di solitudine prodotto dall'isolamento in una 'bolla digitale'.

LA RETE COME FINE E NON COME MEZZO 

“La rete - spiega Piero Barbanti, docente di Neurologia e Sport all’Università Telematica San Raffaele Roma - sta diventando un fine e non più uno strumento”. Lo studio documenta infatti come gli studenti trascorrano più tempo sui social che alla ricerca di notizie e informazioni. Ciò è dovuto alla seduzione esercitata sul sistema nervoso da un sistema che procede per immagini più che per concetti. Nei social pullulano video e foto in continua evoluzione che appagano la nostra parte più istintiva ma paradossalmente, fornendo immagini a ripetizione, riducono la nostra capacità immaginativa e creativa, quella capacità che da piccoli ci fa stare ipnotizzati di fronte al racconto di una favola che genera in noi sogni immaginifici. 

Al lavoro di ricerca sugli effetti delle tecnologie hanno partecipato 285 studenti di corsi di laurea di ambito sanitario, valutati sotto diversi aspetti: uso delle tecnologie digitali, capacità di apprendimento, motivazione, ansia e solitudine. Il 25% del campione - un giovane su 4 - ha dichiarato di trascorrere online più di 4 ore al giorno, mentre la quota restante da un'ora al giorno a 3. La dipendenza dal web sarebbe inoltre associata a ‘un senso di solitudine che renderebbe ancora più difficile. 

“È un rischio concreto quello di acutizzare la solitudine: le amicizie, le rotture, i like, le critiche si alternano in maniera cangiante, frutto di impulso più che di ragionamento. In estrema sintesi, la tecnodipendenza penalizza il cervello razionale – lento per definizione perché il giudizio critico richiede la metabolizzazione dei fatti – favorendo invece la porzione istintiva del nostro sistema nervoso, più veloce ma meno evoluta dal punto di vista filogenetico. Ovvio che non possiamo condannare o stigmatizzare l’uso di Internet, ma ricordare, parafrasando Shakespeare, che la tecnologia non è buona o cattiva, ma è il suo uso od abuso che la rende tale”. In fondo lo ripeteva spesso anche Jobs che “la risorsa più preziosa che abbiamo è il tempo”, e non certamente quello virtuale.

INTERVISTA AL PROFESSOR PIERO BARBANTI 

Professore, la tecnologia ha cambiato le nostre vite e le nostre abitudini: ci sono ricadute sul sistema neurologico? 

“Ci sono degli effetti immediati che sono insonnia, ansia e depressione, problemi che interessano anche i bambini a causa del tecnostress. A differenza del televisore o del cinema, che sono schermi davanti ai quali abbiamo un atteggiamento passivo, stiamo fermi e c’è qualcuno che ci racconta una storia (con la tv il massimo dell’attività è cambiare con il telecomando), con computer e smartphone dobbiamo essere continuamente attivi e concentrati. Questa interattività continua con una macchina che non si stanca mai, a lungo andare, produce effetti stressogeni pericolosi che inducono insonnia, ansia e depressione. Se gioco a pallone, c’è una sincronia di fatiche con gli altri giocatori: alla fine si stacca. Con la macchina è possibile non staccare mai”.

I cellulari ci seducono con immagini e colori e diventiamo dipendenti, ma anche inconsapevolmente alienati e stressati, vero? 


“Queste nuove tecnologie facilitano la solitudine: non stimolano alla relazione reale. Si finisce per considerare amici quelli che amici non sono. Inoltre, l’uso dei social può essere distorto ai fini del controllo di altre persone. Tramite Facebook, Instagram e WhatsApp molte persone con la mania del controllo, possono slatentizzare i loro tratti ossessivi, e cercare di monitorare per tutto il giorno le loro prede. Dobbiamo anche ricordare che tantissime coppie in questi anni sono saltate per colpa del cellulare, ma questa è un’altra storia. La parte più preoccupante è che chi ha dei tratti ossessivi, di meticolosità, oppure dei tratti di gelosia, può sviluppare di più le sue ossessioni cercando, in modo innaturale, di estendere ulteriormente il suo controllo sull’altra persona”. 

Ci sono alcune persone che monitorano i like della ex o della compagna, cercano di capire cosa fa, quando è online...

“Certo, esplodono tratti ossessivi e di controllo. Quante volte abbiamo sentito la frase: ‘Ho visto che eri online e non mi hai risposto’, oppure: ‘Cosa facevi a quell’ora online?’. I soggetti con la mania del controllo possono essere tormentati da strumenti che utilizzano per monitorare le persone. È un rischio per la salute mentale. La tecnologia rischia di diventare non più spensieratezza, ma ansia che aumenta i pensieri continui, incalzanti e veloci, senza far riposare mai la mente”. 

Non rompiamo mai il circuito dei pensieri e la nostra attività mentale. Poi ci sono anche altri aspetti che incidono attraverso la vista, vero? 

“La maggior parte delle persone hanno l’abitudine di portare il cellulare sul comodino, in camera da letto, e di guardarlo costantemente prima di dormire, ma nei soggetti predisposti facilita l’insonnia. La stimolazione luminosa e diretta dentro l’occhio attiva il fascio di luce che va dall’occhio alla retina, si chiama fascio-retineo ipotalamico, il quale ci tiene poi svegli”. 

La generazione tecnologica perde in creatività, immaginazione e fantasia? 

“Sì, perché non ha la possibilità di costruirsi delle immagini: le immagini ci sono già nello smartphone. Prima ci si addormentava con le favole raccontate dei nostri genitori: il racconto stimolava la fantasia e l’immaginazione. È un fenomeno fisiologico quello di fantasticare e immaginare: se tolgo questa possibilità ai bambini, blocco lo sviluppo di immaginazione e creatività. In questo modo inaridisco il soggetto. Con la tecnologia utilizzo la parte veloce del cervello, che è quella arcaica (del resto una mosca è velocissima: è difficile prenderla). Il computer e lo smartphone ci seducono, parlano alla pancia, ma non stimolano quella parte del cervello più creativa. Penso ad esempio alla diretta Facebook, il commento e gli insulti che arrivano subito: non si lascia sedimentare prima l’informazione. C’è una velocità istintiva. L’informazione e come l’impasto: deve lievitare. Invece molti si avventurano in commenti senza neanche sapere di cosa stanno parlando, proprio per lo schema della velocità”. 

Vediamo che molti si sfogano e non si sanno contenere sui social...

“Aveva ragione Umberto Eco quando diceva che non si può dare un microfono a tutti. Poi c’è anche il fatto che il web è uno strumento fortemente codardo: posso offendere nascosto dietro il mio computer. Posso dire una cosa e poi smentirla senza che mi si veda la faccia. Posso anche fare un profilo falso. Sui social e diverso anche rispetto al telefono dove c’è una voce con cui mi rapporto. Si creano delle sorta di avatar in cui siamo fintamente forti e fintamente coraggiosi”. 

Adesso si sta facendo strada, nelle nuove generazioni, il sesso virtuale, i rapporti virtuali, che però portano a un’alienazione ancora più forte.

“Sì, stanno nascendo tutta una serie di problemi, non ultimo quello della convinzione che hanno gli adolescenti che la sessualità sia la pornografia (la forma di sessualità che loro vedono). Anche la percezione del pericolo è virtuale per i giovani: quindi si può guidare fissando il cellulare, oppure guidare in maniera pericolosa come se si fosse dentro videogame. Vedere gli incidenti, tutte le immagini che vediamo su Facebook e YouTube possono dare l’impressione che tutto sia virtuale. Per i nostri genitori era diverso: loro conoscevano il rischio reale perché avevano visto la guerra, i morti e le bombe. Questi ragazzi ‘strafatti’, che bevono e poi fanno incidenti sbagliano perché, da un lato, non hanno genitori che li contengono e dall’altro non sanno veramente cosa sia il rischio, perché lo percepiscono come virtuale. Il mondo di internet spesso diventa solitudine e staticità. Non è la stessa cosa del fare l’eremita la solitudine di internet, perché non zappo la terra e non mi procuro del cibo, sono immobile a dialogare attraverso la macchina o a ricevere e commentare informazioni”. 

Quale Consiglio possiamo dare per evitare i danni alle nuove generazioni? 

“Quando si fanno questi discorsi, si può passare per oscurantisti. Ma in realtà sappiamo che la tecnologia non si può eliminare dalle nostre vite, dobbiamo solo imparare a gestirla, a contenerla e a rallentare. Voi immaginate un giocatore che gioca 60 partite di seguito: le gambe si infiammeranno e si romperà qualche osso. Dobbiamo rallentare e rispettare i ritmi biologici. Dobbiamo fare delle pause necessarie e rispettare il sonno. Bisogna rallentare e riscoprire la fantasia: immaginare. Con il rallentamento consentiamo al cervello di essere più razionale e di non essere ingolfato di informazioni: gli consentiamo di poterle elaborare. Yesterday dei Beatles, il dottor Zivago e tanti altri capolavori sono stati concepiti in momenti di riposo o addirittura nel dormiveglia. Solo quando noi non facciamo nulla arriva l’ispirazione. Con lo smartphone abbiamo un microfono puntato all’esterno: con l’ozio e col riposo lo riportiamo all’interno, ci ascoltiamo. Immaginare e fantasticare per avere intuiti. Chi non ha nulla di pronto va a cercare e trova nuove energie. Non possiamo eliminare il cellulare, ma possiamo rallentare, immaginare e creare emozioni”. 

ggorgoni@libero.it

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