Medici pensionati che tornano in reparto mentre i giovani scappano via: allarme di De Giorgi

martedì 5 novembre 2019
 La sanità italiana al tempo della spending review è vittima di un incredibile paradosso, non assume i medici sufficienti a coprire tutti i professionisti che si pensionano, ma spende di più per far tornare a lavoro i pensionati o per collaborazioni con medici raccattati all’estero per coprire le falle. Paradosso nel paradosso troppi medici laureati non hanno la possibilità di concludere il loro percorso formativo. Intanto i servizi diminuiscono, come è avvenuto a Lecce per il Centro di Malattie Sessualmente Trasmesse: chiuso da luglio per pensionamento. “C’è un’emergenza ‘camici grigi’, bisogna intervenire. Inoltre, i medici che formiamo scappano all’estero”: il presidente dell’Ordine dei Medici lancia l’allarme.

di Gaetano Gorgoni

Resta ancora congelato, con un cartello appeso il 4 luglio del 2019, un servizio utilissimo, che era inserito dal Ministero della Salute nel circuito degli ambulatori di intervento gratuito per determinate patologie sessualmente trasmessibili. 

Il centro malattie sessualmente trasmissibili dell’Asl di Lecce, che era diretto da Eugenio Romanello, resta chiuso per pensionamento dopo oltre 4 mesi. Questo è l’emblema di quello che sta avvenendo nella sanità italiana: i medici si pensionano e, quando non è possibile richiamarli ai loro “vecchi posti di  combattimento”, si riducono i servizi. Alla fine l’Asl risparmia, ma l’utente perde un punto di riferimento utilissimo per interventi di prevenzione e screening. 

L’ambulatorio Asl per le malattie sessualmente trasmissibili aveva un ruolo strategico e permetteva di alleggerire il congestionato “Vito Fazzi”: in altre parole era la realizzazione della tanto sbandierata medicina di territorio che non manda il paziente negli ospedali, ma lo cura nell’ambulatorio. La squadra di Romanello si occupava di fototerapie, faceva da anello di congiunzione della rete del melanoma (con mappatura dei nei), interveniva sulle emergenze dermatologiche risolvibili a livello ambulatoriale e sulle malattie sessualmente trasmesse, come sifilide, AIDS, papilloma virus, molluschi contagiosi e tanto altro. Tutto il lavoro fatto in questi anni e i dati raccolti sono andati in fumo per un semplice pensionamento. È da questo episodio che partiamo per fare una diagnosi sulla Sanità Italiana, sempre più colma di pensionati richiamati sul posto di lavoro (quando accettano), mentre ci sarebbe bisogno di tanti medici, freschi, giovani e aggiornati. Qual è la falla di questo sistema? Ne abbiamo discusso con il presidente dell’Ordine dei Medici della provincia di Lecce, Donato De Giorgi. 

INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL’ORDINE DEI MEDICI, DONATO DE GIORGI 

Presidente, è un problema paradossale quello dei medici che non riusciamo a rimpiazzare, nonostante tutti i giovani laureati e specializzati che scappano all’estero, vero? 

“Si tratta ormai di un’emergenza molto seria, perché noi dell’Ordine dei Medici non siamo stati ascoltati nei tempi e nei modi dovuti. Come avviene spesso, si cerca di dare risposte tampone: dei palliativi che non risolvono il problema. Questo è un problema che deve essere risolto in maniera strutturale, non limitandosi a tamponare le falle. Tanti escamotage come il ‘decreto Calabria’ o alcuni provvedimenti della Regione Veneto non si pongono il problema di risolvere alla radice questa emergenza”.

Qual è la vostra proposta? 

“Abbiamo cercato di spiegare i governi che si sono succeduti che necessario un lavoro strutturale: chi entra nel corso di medicina deve poi poter avere la possibilità di completare tutto il percorso formativo. Chi entra medicina, dopo aver superato i test d’ingresso, una volta laureato, invece, oggi si trova frenato da un ‘imbuto’ che non consente a tutti di concludere il percorso specializzandosi o frequentando i corsi di medico di base”.

Così si creano quelli che chiamate “camici grigi”?

“Esatto, si tratta di laureati super precari che vanno a fare sostituzioni, Guardia Medica e piccole cose senza completare il percorso già iniziato. Questo è spesso determinato da problemi economici e dal mancato accesso agli ultimi anni di formazione necessaria a specializzarsi. Per lavorare in Italia è necessario, dopo la laurea in medicina, aver completato il corso di formazione per medico di base o essersi specializzati: se non si consente di completare il percorso a tanti laureati, vuol dire che c’è un’anomalia grave che dev’essere rimossa”. 

Abbiamo bisogno di molti più medici di quelli che si laureano, a causa di un’enorme numero di pensionamenti non rimpiazzati: sembra paradossale anche il test d’ingresso nelle facoltà, non crede?

“Gli accessi nelle università devono essere programmati nei prossimi dieci anni sulla base del personale medico che serve nella Regione. Siccome ne serve di più, anche nell’università di Bari ho notato che il numero degli accessi previsti è aumentato. Il numero degli specializzandi, invece, non è un numero programmato, come accade all’ingresso della facoltà di medicina, ma si tratta di un numero chiuso, determinato da esigenze puramente economiche. Il Miur stabilisce quante borse di studio si possono concedere per le specializzazioni o per la formazione di medico di base, ma tutto questo ha determinato criticità assurde”. 

I pensionati vengono richiamati sul luogo di lavoro, anche se stanchi, meno capaci e meno aggiornati rispetto al passato, si creano delle falle e addirittura chiudono dei servizi che sono necessari come il centro malattie sessualmente trasmesse dell’Asl di Lecce...

“Per ovviare a questo problema innanzitutto dobbiamo pareggiare il numero degli specializzati con quello dei laureati. Prima agiamo su questo: garantiamo a tutti i laureati in medicina di chiudere un percorso. Siamo fortemente contrari a rimettere nel lavoro medici pensionati, oppure usufruire di medici non ancora specializzati dell’ultimo anno (decreto Calabria), che comunque hanno bisogno di affiancamento. Secondo il nostro parere, queste operazioni determinano un calo del servizio e una cura di qualità inferiore”. 

Il paradosso e anche che oltre a richiamare pensionati la sanità italiana è costretta a rivolgersi addirittura a medici che lavorano all’estero: per coprire le falle li chiama e alla fine spende più soldi...

“Per coprire le falle molto spesso si fa ricorso a cooperative di medici, ma quello che a noi importa e che ci sia la qualità garantita. Stiamo applicando il modello caporalato anche nel campo della medicina: tutto al ribasso. Il dramma è che i nostri giovani, che formiamo così bene nelle nostre università, se ne scappano all’estero. È la classica fuga dei cervelli. Per ogni medico formato e specializzato che scappa all’estero stiamo mandando fuori Italia i 125mila euro che ci sono voluti per specializzarlo”. 

Quindi, tra specializzazioni in cui non tutti possono accedere e specializzati che scappano perché guadagnano di più all’estero la sanità rischia di perdere sempre più qualità, vero? 

“Si stanno adottando situazioni tampone sbagliate, come quelle di far lavorare gli specializzandi. Noi dobbiamo garantire la conclusione di un percorso a chi accede all’università e si laurea e poi dobbiamo garantire dei posti di lavoro dignitosi per non far fuggire all’estero i medici che formiamo. Far lavorare un medico che non ha ancora concluso la sua formazione significa mettere a rischio il paziente e lo stesso medico, con lunghi contenziosi che non sappiamo come andranno a finire”. 

È scandaloso anche puntare sui pensionati con tutti i medici giovani in attesa di un lavoro...

“La cosa più grave è che il lavoro del medico è un lavoro usurante: inoltre i medici sopra e 62 anni possono rifiutarsi di fare le notti, quindi il problema della carenza del personale comunque non viene risolto. Siamo favorevoli al fatto che un pensionato (che se la senta!) possa essere utilizzato per coprire qualche falla, ma non può diventare un sistema come sta avvenendo in Italia! Il medico pensionato può essere una ricchezza per trasmettere la conoscenza che ha acquisito alle nuove leve, ma non può essere inserito in turni che sono usuranti e difficili per una persona di una certa età”. 

C’è Speranza al Ministero della Salute? Gioco con il cognome del nuovo ministro, ma le chiedo se con lui si può avviare un dialogo che porti a una soluzione definitiva...

“Abbiamo avviato il dialogo con la speranza che possiamo essere ascoltati. È chiaro che ci vuole una copertura finanziaria per mettere in pratica la nostra proposta. Noi medici desideriamo che chi inizia un percorso poi possa portarlo a termine. Lo Stato e le università devono finanziare le specifiche specializzazioni dei medici che si laureano: è l’unica soluzione per avere medici a disposizione per coprire le falle che si sono aperte nella Sanità Italiana a causa dei pensionamenti e del blocco delle assunzioni che è stato praticato per anni. Il ministro del governo precedente aveva aumentato le borse di studio per medicina generale ma siamo ancora ben lontani dal numero necessario a far concludere il percorso a tutti i laureati”. 

ggorgoni@libero.it

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