Emulazione, dipendenza dai social e distacco dalla realtà in adolescenza: l'intervista all'esperto

sabato 7 settembre 2019

Oggi, in una lunga intervista al Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Regione Puglia, Antonio Di Gioia, abbiamo affrontato il tema degli effetti dell’uso massiccio dei social sulla psiche dei più giovani. Dall’emulazione dei comportamenti rischiosi o criminali alla dipendenza da internet, fino alla incapacità di relazionarsi nella realtà. «Attraverso il rapporto reale con gli altri costruisco la mia identità, che non edifico con un confronto solo virtuale. Inoltre , i social non aiutano a definire un limite»- spiega l’esperto.

di Gaetano Gorgoni

Il senso del limite, la sessualità attraverso l’affettività, la capacità di risolvere i conflitti, la costruzione di una propria identità e la capacità di vivere in società attraverso relazioni sane sono cose che si imparano stando di più nel mondo reale. Il mondo virtuale è una bellissima invenzione, che ha fatto progredire l’umanità anche dal punto scientifico (si pensi alla Telemedicina). Quindi, i social, le nuove tecnologie e internet non devono essere demonizzati, ma come ogni cosa devono essere utilizzati con equilibrio. Siamo noi adulti ad avere la responsabilità di guidare chi è nella fase di crescita sulla strada giusta. Ma se anche i genitori si fanno prendere la mano è finita. A luglio siamo rimasti tutti sconvolti dalla notizia di Alcamo (Tp): il padre posta un video mentre guida e si schianta con i figli. Siamo increduli anche davanti ai video dei bulli di Manduria. Il rischio di farsi sovrastare dalla voglia di apparire e di sfidare il pericolo è molto alto con alcuni social. Apparire, prendere sempre più “like”, avere consenso, rapportarsi con il mondo attraverso la realtà aumentata sono desideri che si possono trasformare in vere e proprie patologie. Bisogna stare in guardia. Anna Paola Lacatena parla del “rischio del piacere” in relazione alle droghe, ma anche internet può trasformarsi in una sostanza virtuale che desideriamo incessantemente. Bisogna naturalmente distinguere tra abuso e dipendenza patologica. Oggi si comincia a parlare di nomofobia: paura incontrollata di restare disconnesso dalla rete. Siamo solo agli inizi degli studi su queste forme di angoscia e di ansia che travolgono chi è dipendente da internet. Intanto si studiano anche i fenomeni emulativi che certi social scatenano negli adolescenti. Internet è una grande opportunità, ma attenti a non sostituirlo del tutto con la vita reale. Tenete alta la guardia.

INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL’ORDINE DEGLI PSICOLOGI DELLA PUGLIA, ANTONIO DI GIOIA

Presidente, come si fa a capire se qualcuno è dipendente da internet?

«Ci sono dei parametri chiari: prima di tutto una sensazione di craving (sensazione dolorosa di disagio in cui si avverte la mancanza di qualcosa), un desiderio impulsivo per qualcosa. Ad esempio, se si toglie un telefonino con collegamento a Internet ad un adolescente, il soggetto comincia a stare male, a manifestare segnali di malessere, come per l’uso di sostanze. I sintomi sono quello del nervosismo generalizzato, sudorazione, desiderio ossessivo dell’oggetto appagante, l’utilizzo di un comportamento manipolatorio, dire bugie e tutta una serie di comportamenti che si mettono in atto per riguadagnare l’oggetto della dipendenza. Ci sono tanti segnali che possono mettere in luce una dipendenza, che è qualcosa che va oltre l’abuso».

Cosa suggerisce ai genitori in questi casi? 

«Dipende se siamo nella dipendenza oppure no: nel primo caso vuol dire che noi adulti non abbiamo costruito dei modelli sani. La psicoterapia dev’essere fatta nel momento in cui viene verificato un caso di dipendenza patologica. È molto importante la prevenzione. In Puglia abbiamo una legge preziosissima: la 31/2009, che non è stata ancora finanziata, ma che istituisce l’Unità di psicologia scolastica capace di affiancare alunni, genitori e professori, aiutandoli a risolvere i conflitti. Anche gli adulti oggi hanno bisogno di sostegno per comprendere e aiutare gli adolescenti di oggi. Ma hanno tanto bisogno pure i professori, per esempio, perché la loro formazione si concentra molto sulla fase didattica e non sulla gestione delle relazioni e del gruppo. Io suggerisco uno psicologo per ogni scuola e l’inserimento dello studio dell’uso consapevole dei social nei programmi didattici».

I cattivi maestri (che possono essere anche comuni adolescenti che postano video violenti o socialmente rischiosi) su internet possono scatenare fenomeni emulativi e comportamenti pericolosi in tutti i coetanei, anche in quelli senza particolari problematiche? Quanto incidono i cattivi esempi veicolari dalle nuove tecnologie sulla psiche dei ragazzi?

«Intanto dobbiamo evitare la distinzione fra adolescente sano o non sano, perché questo significherebbe un po’ patologizzare i ragazzi di oggi. L’adolescenza è stata sempre una fase critica a causa del passaggio dall’infanzia all’età adulta. Tutto quello che accade durante questa fase evolutiva, soprattutto sfidare i limiti per riconoscersi in qualche modo, mette i ragazzi a rischio. Quello che sta accadendo, in questo momento storico, è che il rischio viene enfatizzato e aumentato attraverso questi nuovi strumenti tecnologici (internet e i social)».

Il virtuale fa perdere l’aderenza alla realtà?

«Questa mancanza di differenza fra il virtuale e il reale è molto pericolosa».

Esiste in molti adolescenti, e non solo, una compulsiva esigenza di visibilità sul web, che è un po’ un voler affermare la propria presenza e identità...

«Certamente. Questo purtroppo è diventato un modus operandi anche degli adulti. Passare tanto tempo a contare i like ha un effetto a livello psico-emotivo: molta gente sta male quando non vede il ‘mi piace’ di una persona in particolare, oppure per un commento negativo di uno sconosciuto può arrivare a cambiare umore. Con i social ci stiamo abituando a vivere le relazioni in maniera virtuale e non più nel reale. Ci si confronta soprattutto nei social e non di persona, faccia a faccia. Molti adolescenti non sanno più stare bene insieme, di persona, ma pensano che si debbano costruire le relazioni attraverso questo mondo virtuale. Quindi, l’emulazione è un modo per farsi riconoscere e riconoscere l’alterità attraverso questi strumenti tecnologici. È venuto meno il senso di appartenenza, il piacere di stare insieme, in gruppo, come accadeva anni fa, quando ci si incontrava in un luogo specifico solo per il piacere di stare insieme. Oggi si sta poco insieme di persona e molto di più sulla rete».

Quali sono gli effetti psicologici di questo tipo di comportamento? Possono scaturire problemi di alienazione o di incapacità di costruire relazioni reali?

«Principalmente con questi comportamenti non si è in grado di gestire il conflitto, di gestire le relazioni sul piano della realtà, perché tutto passa attraverso un mondo che è quello virtuale. L’effetto psicologico è quello di rendersi protagonisti in un mondo parallelo, quello virtuale, non quello reale. Quello reale comporta tutta una serie di rinunce, di mediazioni, di modalità che costruiscono un senso di appartenenza e di identità attraverso il confronto diretto con l’altro. Noi siamo noi stessi quanto più riusciamo a confrontarci con gli altri. Si chiama ‘processo di differenziazione’: io mi confronto con un altro per differenza e riesco a capire chi sono. Con più persone mi confronto nella vita e più riesco a capire chi sono. Il nostro io viene costruito attraverso una semplice equazione: noi-tu=io. Per differenziazione».

Quindi, il confronto reale è alla base della nostra identità...
 

«Esatto. Invece il confronto virtuale non crea le premesse per sviluppare una propria identità. C’è un processo completamente diverso: gli effetti psicologici di questi comportamenti di fuga dalla realtà possono essere quelli di costruire un mondo parallelo che poi, attraverso l’uso di questi social, può mettere in atto delle modalità che creano dipendenza, tant’è che si parla delle nuove dipendenze e una di queste è proprio la dipendenza da Internet».

Tra le mode internettiane giovanili c’è anche quella del sesso virtuale: può essere un problema?
 

«Il sesso è diverso dalla sessualità: la sessualità ha a che fare con l’affettività. L’affettività legata al rapporto fisico diventa sessualità: il sesso è qualcosa di più edonistico, di legato al piacere finalizzato a se stesso, che finisce lì. Noi dovremmo educare i giovani all’affettività e alla sessualità in modo da far sì che ci sia un incontro costruttivo attraverso i sentimenti, che generano piacere non solo fisico, ma psicoemotivo. Molti ragazzi oggi non sanno che cos’è la sessualità e l’emotività, quindi hanno bisogno di essere orientati, altrimenti diventa tutto un cercare di superare i propri limiti, un mettersi alla prova cercando sensazioni forti anche attraverso il rischio. Chi cerca solo piacere fisico cerca continuamente qualcuno per nuove sensazioni».

Come è possibile che certi ragazzi perdendo la cognizione della realtà in maniera così palese: mi riferisco per esempio agli episodi di bullismo che hanno provocato un morto a Manduria. I ragazzi commettevano un reato chiaro, una vigliaccata e la postavano come se fosse una grande impresa. C’è una percezione distorta della realtà, se non si capisce nemmeno che con quel video ci si sta autodenunciando alle forze dell’ordine?
 

«Il cambiamento l’hanno prodotto le nuove tecnologie, soprattutto i social, perché attraverso questi mezzi di comunicazione alcuni adolescenti non riescono a definire quale sia il limite. Il limite fra virtuale e reale viene meno: questo nuovo mondo non delimita nulla. Viene a mancare il senso dell’interiorizzazione del rischio. Cioè manca quel discorso interiore in cui si dice: ‘io fino a questo punto posso arrivare, altrimenti rischio tutta una serie di guai’. Da parte degli adulti ci deve essere un intervento per agevolare un processo di interiorizzazione delle regole che oggi si è trasformato in una interiorizzazione del rischio. Viene meno il limite: questo nella fase adolescenziale è molto pericoloso, perché in adolescenza già per natura si sfida il limite, si trasgredisce e si va oltre le regole per cercare di comprendersi e per capire la propria identità. È un modo disfunzionale per sentirsi autonomi, ma se viene meno da parte degli adulti una modalità per orientare e aiutare gli adolescenti di oggi, che spesso sono lasciati da soli, per far comprendere loro come fare per non andare oltre limiti, è chiaro che questo può produrre dei rischi anche molto elevati. Può succedere per esempio che si sfidino i limiti con la macchina col motorino e poi che si perda la vita con una condotta suicidaria: ecco perché l’adulto ha un ruolo importante nell’accompagnare l’adolescente lungo un percorso di crescita sana».


ggorgoni@libero.it


 

Altri articoli di "Salute e Benessere"
Salute e Benesser..
19/09/2019
Nella scuola di Torre Santa Susanna, in provincia di ...
Salute e Benesser..
18/09/2019
Il Bambino Gesù ha la ricetta giusta per i genitori ...
Salute e Benesser..
17/09/2019
«La cosa importante è che gli adulti si ...
Salute e Benesser..
16/09/2019
Abbiamo già scritto che la carie trascurata può persino intaccare alcuni ...
Regione Puglia è Comune di Brindisi quest’anno hanno unito le forze (soprattutti i soldi) per chiudere il ...