Colpo alla Scu, 12 arresti. Il boss in carcere progettava la fuga fingendosi attore

martedì 15 maggio 2018
Sgominata un'organizzazione criminale attiva nel brindisino. I due boss getivano i traffici dal carcere con "pizzini" e un cellulare segreto.

Un blitz antimafia della polizia di Brindisi che nelle scorse ore ha arrestato 12 persone ritenute appartenenti alla Scu. I dettagli dell'operazione “oltre le mura” della Squadra Mobile di Brindisi coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, sono stati illustrati questa mattina durante una conferenza stampa presso la Procura di Lecce.

La frangia della Sacra Corona Unita operava nel territorio di Brindisi, Tuturano e Mesagne.  Le indagini hanno permesso di accertare come due detenuti, Raffaele Martena ed Antonio Campana tessevano le fila dell'attività criminale attraverso l’invio di alcuni “pizzini” e di contatti telefonici mantenuti con un cellulare introdotto in carcere: i due erano riusciti a ricostituire e compattare un agguerrito gruppo criminale impartendo ordini da adottare sul territorio provinciale brindisino.

Le indagini, svolte nel periodo compreso tra luglio e dicembre 2017, su impulso della Polizia Penitenziaria di Terni, hanno, di fatto, smantellato la linea di comando: i due detenuti mantenevano infatti contatti con numerosi altri soggetti ristretti in varie carceri italiane attribuendogli l’investitura mafiosa e, in alcuni casi, sancendone l’affiliazione.

Dei 12 arrestati per associazione per delinquere di tipo mafioso, 9 sono stati catturati e condotti presso l’Istituto Penitenziario. Agli altri 3, già detenuti, è stato notificato il provvedimento coercitivo direttamente presso il luogo di detenzione.

Gli arrestati, tutti originari di Brindisi e Provincia, sono: Raffale Martena, 32enne; Antonio Campana, 39enne; Jury Rosafio, 41enne; Igino Campana, 63enne; Ronzino De Nitto, 43enne; Fabio Arigliano, 47enne; Mario Epifani, 37enne; Andrea Martena, 32enne; Andrea e Vincenzo Polito di 29 e 33 anni; Enzo Sicilia, 33enne e Nicola Magli di 37 anni. 

Un organigramma preciso di tipo verticistico con ruoli individuati di due boss in carcere. Rosafio, già affiliato, è ritenuto il referente di Martena e, quindi, il dirigente per suo conto della frangia dell’associazione mafiosa operante nella città di Brindisi e nella frazione di Tuturano, nonché incaricato del mantenimento dei rapporti con i clan attivi nella provincia di Lecce. 
De Nitto, componente della frangia mesagnese dell’associazione, è considerato referente del detenuto Campana e, per conto di quest’ultimo, promotore, organizzatore e dirigente della cellula criminale mafiosa di Mesagne.

Arigliano, Sicilia, Martena, Magli, in due Polito, tutti alle dipendenze di Martena, per il tramite di Rosafio operavano nella città di Brindisi e nella frazione cittadina di Tuturano.
Epifani, autista e uomo di fiducia di Rosafio era autorizzato a ricevere le comunicazioni di Martena dall’interno del carcere, per poi diffonderle agli altri associati.

Campana, alle dipendenze del nipote Antonio faceva da tramite con l’esterno del carcere, quale contatto con gli associati in libertà e le istruzioni da veicolare loro. Per tutti è stata contestata anche l’aggravante di appartenere ad un’associazione armata.

Durante le indagini, i poliziotti della Squadra Mobile brindisina e la Polizia Penitenziaria, hanno accertato numerosi contatti epistolari intrattenuti con diversi individui detenuti in altre carceri italiane e hanno sottoposto a perquisizione tutti quei soggetti che avevano mantenuto una qualche forma di corrispondenza con Martena e Campana.

Dalle lettere sono emersi particolari inquietanti: uno dei promotori dell’organizzazione criminale aveva manifestato l’intenzione di evadere dal carcere, ed aveva espresso una chiara minaccia nei confronti del pm che, in passato, lo aveva indagato e fatto condannare all’ergastolo. Per riuscire nel progetto di fuga, il recluso era entrato a far parte di una compagnia teatrale formata da detenuti e in occasione di una rappresentazione teatrale avrebbe fatto in modo di reperire un particolare filo, il cosiddetto “capello d’angelo” che gli avrebbe permesso di segare le sbarre e tentare, così, l’evasione.

L’introduzione di questo filo diamantato, sarebbe avvenuta attraverso una cintura, indossata da un familiare del detenuto, autorizzato all’ingresso per un colloquio in carcere. Al passaggio presso il metal detector, il complice avrebbe dapprima tolto la cintura per superare il controllo, per poi indossarla nuovamente e sfilare da questa il filo, da consegnare al recluso durante il loro colloquio.

Tali circostanze hanno scatenato un’ampia attività di controllo sia sui destinatari del provvedimento già detenuti sia su altri reclusi che hanno avuto contatti con i capi e i promotori dell’associazione mafiosa.

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